Recensione: Western Skies Motel • Trails

Western Skies Motel • Trails, tra folk strumentale, derive ambient e tensione post-rock, trasforma il mito del viaggio americano in una lenta meditazione.

Antonio Matellotta

5/2/20262 min read

Tra folk strumentale, derive ambient e tensione post-rock, Trails trasforma il mito del viaggio americano in una lenta meditazione.

Dopo quasi dieci anni di silenzio seguiti all’uscita del magnifico Settlers — interrotti soltanto da sporadiche apparizioni online — René Gonzalez Schelbeck riemerge quasi all’improvviso con un lavoro che sembra raccogliere tutto il tempo trascorso lontano dalle scene e trasformarlo in paesaggio sonoro.

Se Settlers aveva ancora dentro il senso della scoperta — l’orizzonte aperto, la natura americana immaginata come promessa e possibilità — Trails ne rappresenta il controcampo crepuscolare. Lo si sente subito in “Road”, che apre il disco con poche figure acustiche e una lentezza rituale: qui la chitarra misura il peso del viaggio. “Lullaby” conserva un certo lirismo pastorale mentre “Fountain” lascia emergere uno dei momenti di fingerpicking più delicati dell’intero album. In “Caravan” e “Fragment” riaffiora chiaramente l’estetica di Settlers, come se fossero brani rimasti sospesi da quel periodo creativo.

Il fingerpicking circolare e ipnotico che caratterizzava molte composizioni del disco del 2016 qui lascia spesso spazio a strutture più aperte, lente e atmosferiche. Brani come “Nightfall” o “All Is Gone” lavorano molto più sull’espansione ambientale che sul movimento armonico continuo. Trails respira di più, si prende tempi dilatati, e in certi momenti sembra quasi avvicinarsi a una sensibilità post-rock per la gestione della dinamica, pur restando profondamente radicato nel folk strumentale americano e nell’ambient più organico.

Schelbeck continua comunque a lavorare per sottrazione: chitarre acustiche ed elettriche, droni caldi, leggere manipolazioni su nastro, un pianoforte appena accennato. Anche quando entrano batteria e basso in “Stranded” o “All Is Gone”, il disco mantiene quella lentezza contemplativa che lo avvicina più a una deriva ambient americana.

Le atmosfere restano quelle care a Western Skies Motel — paesaggi battuti dal vento, deserti, strade vuote, natura immensa — ma qui tutto appare più spoglio. È come se il mondo evocato in Settlers fosse stato privato progressivamente dei suoi dettagli fino a lasciarne soltanto le sagome essenziali. Questa tensione raggiunge il suo culmine in “Black Desert”, probabilmente il momento più cinematografico del disco: una traccia cupa e minacciosa dove la batteria pesante di Jakob Høyer, insieme ai droni e alle chitarre dal sapore morriconiano, evocano storie di sopravvivenza, violenza e desolazione degne di un western crepuscolare. Poco dopo, la fragile “Coda” chiude il disco come un nastro lasciato a consumarsi lentamente fino alla sua rottura e il silenzio che ne consegue.

Trails sembra immerso in una luce rossastra da tramonto permanente. Funziona come un’esperienza continua: un lento attraversamento fatto di polvere, vento e cieli sempre più scuri.

Artista: Western Skies Motel

Album: Trails 2025 (Point Of Departure Recording Company)

Durata: 47'

Tracklist: Road, Stranded, Psalm, Windswept, All Is Gone, Lullaby, Fountain, Caravan, Fragment, Nightfall, Black Desert, Coda

Vicino a: A Small Good Thing • Slim Westerns (1998), Danny Paul Grody • Fountain (2019), The Phonometrician • Cóister Bodhar (2022)

Elementi della memoria: paesaggi crepuscolari, derive ambient, nastri consumati, desolazione rurale

Brani essenziali: Road, Lullaby, Caravan, Black Desert, Coda

Linea critica: Ogni nota assume peso narrativo. Western Skies Motel costruisce un linguaggio profondamente cinematografico.