Recensione: Andrew Wasylyk • Irreparable Parables
Andrew Wasylyk • Irreparable Parables, composizioni che sembrano muoversi continuamente tra scrittura cinematografica, jazz da camera e canzone d’autore britannica.
Composizioni dal carattere britannico attraversano Irreparable Parables costruendo un pregiato art-folk orchestrale.
Wasylyk scrive in una stanza di Dundee piena di strumenti mezzi rotti. Li prende in mano, suona un poco, cerca un'idea, un sentimento, una porta lasciata socchiusa. È un dettaglio che dice più di quanto sembri, perché Irreparable Parables è esattamente un disco di cose che non si rimettono insieme del tutto — fratture personali, storiche, collettive — e la sua bellezza sta tutta nel rifiuto di ricomporle a forza. Lo si capisce fino in fondo solo arrivando alla title track, dove Wasylyk canta lui stesso, con la voce volutamente abbassata, profonda, quasi trattenuta — più spoken word che interpretazione, una venatura lontana del Leonard Cohen dei registri bassi, mallet e archi a reggere la struttura. Ma quella consapevolezza percorre tutto il disco fin dall'inizio: è la chiave, non il finale.
È, ufficialmente, il disco in cui per la prima volta Wasylyk lascia entrare la voce umana. Ha spedito le canzoni a sei interpreti sparsi per il mondo, ne ha raccolto le voci a distanza, e le ha fatte tornare in Scozia come uccelli migratori (non a caso Frances Castle li disegna come sei uccelli sulla copertina). Il punto è che questi ospiti non sono mai featuring ornamentali: ciascuno entra portando un diverso accento emotivo e timbrico.
Alcuni portano dentro il buio. Kathryn Joseph, in "Spectators in the Absence of God", trasforma il brano in qualcosa di quasi liturgico — una vulnerabilità più esposta, più dolente di chiunque altro nel disco, una pagina che non avrebbe sfigurato accanto ai Portishead più oscuri, ed è probabilmente il vertice drammatico del lavoro. Gruff Rhys, in "The Cold Collar", inclina invece verso una library music europea anni Settanta deformata da una lieve inquietudine: il brano si apre e si richiude attorno alla voce, trascinando chi ascolta dentro le esitazioni del personaggio, tutta ironia trattenuta e malinconia.
Altri portano aria. Saya Ueno dei Tenniscoats, in "Hachi No Su", fa entrare una leggerezza quasi irreale, come se Wasylyk aprisse di colpo una finestra nella densità orchestrale: jazz sperimentale, percussioni leggere in primo piano, una musica che sfugge di continuo alla propria struttura — uno dei momenti più affascinanti del disco. Molly Linen, in "Love Is a Life That Lasts Forever", firma il momento più lieve: basso che apre a una batteria pop, trombe leggere, jazz appena accennato, una melodia che galleggia. Folk-pop sofisticato, puro. E Peter Brewis dei Field Music, in "In Portmanteau", porta un'energia tutta diversa — pianoforte e archi che suggeriscono quasi una danza celtica contemporanea prima della voce, poi un folk orchestrale moderno pieno di deviazioni ritmiche: è qui che il lato più progressive del disco emerge chiaro. L'apertura tocca a Stuart Murdoch, in "Private Symphony #2", ed evita subito ogni monumentalità: passo laterale, quasi domestico, un pianoforte solenne tra rintocchi di basso e archi e piccoli movimenti armonici che compaiono e svaniscono dalla stanza. C'è qualcosa di elegantemente britannico in quella delicatezza non del tutto dichiarata.
Ma il cuore di Irreparable Parables sono i due brani in cui Wasylyk resta solo con la propria scrittura. "First Moonbeams of Adulthood" lavora insieme per atmosfera e sviluppo: i fraseggi di chitarra iniziali cedono progressivamente ai fiati, mentre pianoforte e pulsazioni leggere costruiscono un avanzamento continuo, e il basso — particolarmente presente — richiama il tono sospeso e notturno di Sinking dei Cure. E soprattutto "Road to the Amber Room", l'apice cinematografico: un attraversamento geografico lento e stratificato, archi che si accumulano, derive melodiche che evitano ogni risoluzione, il pianoforte a sostenere l'intero impianto emotivo. Il pezzo guarda verso un'Europa orientale immaginaria, sospesa tra colonne sonore anni Settanta e jazz da camera, senza mai scivolare nella nostalgia estetizzante. È lì che si vede meglio cosa fa di Wasylyk una presenza così singolare nella musica britannica contemporanea: un linguaggio a metà tra chamber folk, jazz europeo, library music e impressionismo cinematografico, profondamente radicato nella tradizione ma incapace di trattarla come reliquia. Lascia che le tracce del passato affiorino — fiati consumati, melodie irregolari, orchestrazioni che si muovono come correnti atmosferiche — sopra territori ancora vivi.
La chiusa torna interamente strumentale. In "Soul Enters the Ocean Sun Climbs Out of the Sea" il pianoforte tiene viva una tensione costante mentre gli archi gli si muovono attorno, quasi a volerla contenere, rallentare, assorbire. Più che una conclusione, un lento allontanamento dal disco — coerente fino all'ultimo con un lavoro che non crede nelle ricomposizioni definitive.
https://claypipemusic.bandcamp.com/album/irreparable-parables
Artista: Andrew Wasylyk
Album: Irreparable Parables 2026 (Clay Pipe Music)
Durata: 41'21"
Genere: art-folk britannico
Tracklist: Private Symphony #2 (feat. Stuart Murdoch), The Cold Collar (feat. Gruff Rhys), Love Is A Life That Lasts Forever (feat. Molly Linen), First Moonbeams Of Adulthood, Road To The Amber Room, Hachi No Su (feat. Saya Ueno), In Portmanteau (feat. Peter Brewis), Irreparable Parables, Spectators In The Absence Of God (feat. Kathryn Joseph), Soul Enters The Ocean Sun Climbs Out Of The Sea Pond, Blue, Light Filled, Window


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