Recensione: Seabuckthorn • Never the Same River
Seabuckthorn torna al ritmo in Never the Same River: pentole, percussioni di mano e caso digitale, tra Americana d'alta quota e aria fredda di montagna. Slow cinematic allo stato dell'arte.
C'è un fiume che Andy Cartwright attraversa ogni settimana, sempre lo stesso sentiero di montagna nelle Alpi francesi dove vive dalla fine degli anni Dieci, e ogni volta è un fiume diverso.
Eraclito lo sapeva: nessuno entra due volte nello stesso fiume, perché non è più la stessa acqua e non è più lo stesso uomo. Never the Same River nasce esattamente da questa frizione tra ripetizione e differenza — ed è, insieme, la chiave per capirlo e la ragione per cui resiste a ogni tentativo di chiuderlo in una definizione.
Il ritorno del ritmo in primo piano riallaccia gli esordi percussivi di Cartwright, e fa di Never the Same River il successore spirituale dichiarato di A Path Within a Path (Laaps, 2025), e lo fa con una compattezza atmosferica quasi monastica: quattordici brani che respirano la stessa aria rarefatta, musicalmente uniformi nel senso più alto del termine, come variazioni sullo stesso percorso fatto in ore diverse del giorno.
Il metodo è il messaggio. Molti pezzi sono nati radunando oggetti: percussioni a mano, pentole da cucina, beat fatti in casa, catturati così, sporchi. Poi il software è intervenuto a stirare, frammentare, riassemblare — e lì il caso ha fatto la sua parte, lasciando affiorare tessiture che nessuno aveva premeditato. È percussione concettuale prima che fisica: un ritmo lavorato, non suonato. Questa è la distinzione che attraversa tutto il disco, e che lo rende difficile da abitare alla prima passata.
"Troubled Spirits Be Gone" apre proprio così: un corpo concettualmente ritmico che il piede fatica a seguire, perché non c'è un battito da seguire, c'è un congegno che pulsa. Vive, come quasi tutto qui, nello scontro tra un'Americana desertica e un'ambient che non vuole farsi nominare, mai sull'uno o sull'altro versante.
"A Voice of Reason" allenta la ruvidità. Vive di un fingerstyle ovattato, note che si rincorrono in un giro che non si chiude mai del tutto — non un cerchio, ma una spirale che sale e ti convince a stare. Una tuba, o un ottone più sottile, arriva a riempire lo spazio con la sola aria: occupa il vuoto come una firma, come il timbro che marca la cera.
"Things We Cannot See" ha la grazia della presenza di William Ryan Fritch alla viola, e il brano gli ruota intorno come a un celebrante — non un ospite, ma il perno attorno a cui l'intera architettura officia.
"His Mind Was a Blizzard": la chitarra acustica entra come fosse un prolungamento del corpo, un arto in più, e viene subito assorbita da ritmi tesi su cui un'impalcatura strumentale erige un'orchestra primordiale — il legno e l'acciaio che diventano paesaggio.
"Mumbo Jumbo" sembra fatto di percussioni venute al mondo per incidente. Tutto si muove e si genera insieme: il passo degli uomini, il corso delle acque, i versi della montagna collidono — e anche sapendo che sono solo pentole dichiarate, il disco rifiuta di lasciartele riconoscere come pentole. Vive di questa estraneità.
"Once a Flood" sembra entrare dentro la montagna, nel punto in cui la vita ricomincia a costruirsi, dove si rifà ciò che la piena ha portato via. Corde pizzicate e poi rese mute, destrutturate, scommerse.
"The Encompassing": archi gravi e solitari, percussioni scure, una tensione che sale e non si scioglie. È qui che si capisce una cosa dei brani lenti di questo disco — i loro vuoti non lasciano passare aria. Sono pieni anche quando sembrano scarni, di una pienezza arcaica che non consola.
"If There Was Another Way" è una chitarra acustica processata su una sequenza che inciampa e si deturpa da sola. Qui sta la perizia: tenere l'analogico vivo senza raffreddare il clima, lasciando che il difetto resti caldo.
"Luck Intervenes" porta un richiamo andino, ed è il brano che entra nella copertina del disco: il suono scorge un panorama che non rassicura e lo inonda della propria presenza, perché deve fondersi con esso a ogni costo. Un ottone reclama fiato, e amplifica quel fiato fino a farne orizzonte.
"After the After" chiude. Ma non ti accompagna fuori — ti accompagna dentro il mondo che ha costruito, e ti lascia lì, a restarci, ti calma e ti confonde che infondo c'e' qualcosa di rassicurante.
Le coordinate che la stessa Lost Tribe Sound offre come appigli — Mystic AM, Oliver Doerell di Dictaphone, il primo Geir Sundstøl, e perfino la meccanica ritmica di Pierre Bastien — dicono qualcosa di vero soprattutto nell'ultimo nome: il ritmo come congegno, come meccanismo che batte da sé. Ma ridurre Never the Same River a un affare ritmico sarebbe tradirlo. Modalità orientali e occidentali si fondono in modi imprevisti, e ne nasce un terzo luogo che non è ambient folk puro né drone puro. È in quel terzo luogo che il disco abita, ed è da lì che non si lascia sfrattare.
Resta una sola domanda, ed è quella che Cartwright ti lascia in mano come un sasso del fiume: se entri due volte nello stesso disco, non è più lo stesso disco — o non sei più tu? Never the Same River sceglie di non rispondere, e fa bene.
Artista: Seabuckthorn
Album: Never the Same River 2026 (Lost Tribe Sound)
Durata: 53'52"
Genere: ritual, experimental folk, american primitive
Tracklist: Troubled Spirits Be Gone, A Voice of Reason, Things We Cannot See (feat. William Ryan Fritch), His Mind Was a Blizzard, Mumbo Jumbo, Where There's Smoke, Spinning Totem, Once a Flood, The Encompassing, The Not Self, If There Was Another Way, Weather en Route, Luck Intervenes, After the After


tuie. was born from a shared idea between friends, during a spring afternoon.
Contact
info@tuie.lt