Recensione: Seabuckthorn • Never the Same River

Seabuckthorn torna al ritmo in Never the Same River: pentole, percussioni di mano e caso digitale, tra Americana d'alta quota e aria fredda di montagna. Slow cinematic allo stato dell'arte.

Antonio Martellotta

6/22/20264 min leggere

C'è un fiume che Andy Cartwright attraversa ogni settimana, sempre lo stesso sentiero di montagna nelle Alpi francesi dove vive dalla fine degli anni Dieci, e ogni volta è un fiume diverso.

Eraclito lo sapeva: nessuno entra due volte nello stesso fiume, perché non è più la stessa acqua e non è più lo stesso uomo. Never the Same River nasce esattamente da questa frizione tra ripetizione e differenza — ed è, insieme, la chiave per capirlo e la ragione per cui resiste a ogni tentativo di chiuderlo in una definizione.

Il ritorno del ritmo in primo piano riallaccia gli esordi percussivi di Cartwright, e fa di Never the Same River il successore spirituale dichiarato di A Path Within a Path (Laaps, 2025), e lo fa con una compattezza atmosferica quasi monastica: quattordici brani che respirano la stessa aria rarefatta, musicalmente uniformi nel senso più alto del termine, come variazioni sullo stesso percorso fatto in ore diverse del giorno.

Il metodo è il messaggio. Molti pezzi sono nati radunando oggetti: percussioni a mano, pentole da cucina, beat fatti in casa, catturati così, sporchi. Poi il software è intervenuto a stirare, frammentare, riassemblare — e lì il caso ha fatto la sua parte, lasciando affiorare tessiture che nessuno aveva premeditato. È percussione concettuale prima che fisica: un ritmo lavorato, non suonato. Questa è la distinzione che attraversa tutto il disco, e che lo rende difficile da abitare alla prima passata.

"Troubled Spirits Be Gone" apre proprio così: un corpo concettualmente ritmico che il piede fatica a seguire, perché non c'è un battito da seguire, c'è un congegno che pulsa. Vive, come quasi tutto qui, nello scontro tra un'Americana desertica e un'ambient che non vuole farsi nominare, mai sull'uno o sull'altro versante.

"A Voice of Reason" allenta la ruvidità. Vive di un fingerstyle ovattato, note che si rincorrono in un giro che non si chiude mai del tutto — non un cerchio, ma una spirale che sale e ti convince a stare. Una tuba, o un ottone più sottile, arriva a riempire lo spazio con la sola aria: occupa il vuoto come una firma, come il timbro che marca la cera.

"Things We Cannot See" ha la grazia della presenza di William Ryan Fritch alla viola, e il brano gli ruota intorno come a un celebrante — non un ospite, ma il perno attorno a cui l'intera architettura officia.

"His Mind Was a Blizzard": la chitarra acustica entra come fosse un prolungamento del corpo, un arto in più, e viene subito assorbita da ritmi tesi su cui un'impalcatura strumentale erige un'orchestra primordiale — il legno e l'acciaio che diventano paesaggio.

"Mumbo Jumbo" sembra fatto di percussioni venute al mondo per incidente. Tutto si muove e si genera insieme: il passo degli uomini, il corso delle acque, i versi della montagna collidono — e anche sapendo che sono solo pentole dichiarate, il disco rifiuta di lasciartele riconoscere come pentole. Vive di questa estraneità.

"Once a Flood" sembra entrare dentro la montagna, nel punto in cui la vita ricomincia a costruirsi, dove si rifà ciò che la piena ha portato via. Corde pizzicate e poi rese mute, destrutturate, scommerse.

"The Encompassing": archi gravi e solitari, percussioni scure, una tensione che sale e non si scioglie. È qui che si capisce una cosa dei brani lenti di questo disco — i loro vuoti non lasciano passare aria. Sono pieni anche quando sembrano scarni, di una pienezza arcaica che non consola.

"If There Was Another Way" è una chitarra acustica processata su una sequenza che inciampa e si deturpa da sola. Qui sta la perizia: tenere l'analogico vivo senza raffreddare il clima, lasciando che il difetto resti caldo.

"Luck Intervenes" porta un richiamo andino, ed è il brano che entra nella copertina del disco: il suono scorge un panorama che non rassicura e lo inonda della propria presenza, perché deve fondersi con esso a ogni costo. Un ottone reclama fiato, e amplifica quel fiato fino a farne orizzonte.

"After the After" chiude. Ma non ti accompagna fuori — ti accompagna dentro il mondo che ha costruito, e ti lascia lì, a restarci, ti calma e ti confonde che infondo c'e' qualcosa di rassicurante.

Le coordinate che la stessa Lost Tribe Sound offre come appigli — Mystic AM, Oliver Doerell di Dictaphone, il primo Geir Sundstøl, e perfino la meccanica ritmica di Pierre Bastien — dicono qualcosa di vero soprattutto nell'ultimo nome: il ritmo come congegno, come meccanismo che batte da sé. Ma ridurre Never the Same River a un affare ritmico sarebbe tradirlo. Modalità orientali e occidentali si fondono in modi imprevisti, e ne nasce un terzo luogo che non è ambient folk puro né drone puro. È in quel terzo luogo che il disco abita, ed è da lì che non si lascia sfrattare.

Resta una sola domanda, ed è quella che Cartwright ti lascia in mano come un sasso del fiume: se entri due volte nello stesso disco, non è più lo stesso disco — o non sei più tu? Never the Same River sceglie di non rispondere, e fa bene.

Never the Same River è su bandcamp

Artista: Seabuckthorn

Album: Never the Same River 2026 (Lost Tribe Sound)

Durata: 53'52"

Genere: ritual, experimental folk, american primitive

Tracklist: Troubled Spirits Be Gone, A Voice of Reason, Things We Cannot See (feat. William Ryan Fritch), His Mind Was a Blizzard, Mumbo Jumbo, Where There's Smoke, Spinning Totem, Once a Flood, The Encompassing, The Not Self, If There Was Another Way, Weather en Route, Luck Intervenes, After the After

Seabuckthorn - Never the Same River
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