Nostalgia Vicaria — Saudade, Mono no Aware, e le Parole che non Abbiamo
La Nostalgia Vicaria non è un'estetica da vaporwave: saudade, mono no aware, viraha, huaigu. Le parole che ogni cultura ha dato alla nostalgia per ciò che non si è vissuto.
WRITINGS


Gli inglesi hanno scoperto l'anemoia dentro un centro commerciale anni Ottanta. Il Giappone, il Portogallo e la Cina la conoscevano da secoli — e le avevano già dato un nome.
C'è un'ora, nei paesi dell'entroterra, in cui la luce di novembre cade obliqua sui muri di pietra e qualcosa che non hai mai vissuto comincia a mancarti. Non è un ricordo: non c'era niente, prima, da ricordare. È una mancanza che precede la sua origine, un lutto senza defunto. Gli inglesi, che hanno avuto bisogno di nominarla solo di recente, la chiamano anemoia— termine coniato da John Koenig nel 2014, nostalgia per un tempo, un luogo, un'epoca che non si è mai conosciuta. Dal greco ánemos, vento, e nóos, mente: il vento che piega l'albero senza averlo mai toccato per intero.
Ma quando si va a guardare dove l'anemoia ha messo radici nel discorso anglofono, si scopre una cosa curiosa, quasi comica nella sua ristrettezza. L'anemoia di lingua inglese vive quasi interamente dentro un solo immaginario: il centro commerciale americano degli anni Ottanta, le insegne al neon, il vaporwave, il synthwave, i futuri-passati sognati nei commenti di YouTube sotto le compilation. È una nostalgia di plastica retroilluminata, una malinconia da fluorescenza spenta. Un sentimento antichissimo è stato sequestrato da un'estetica recentissima e tenuto prigioniero là dentro, tra le palme finte di un food court che non esiste più — o che, più precisamente, non è mai esistito così.
Questo è il malinteso che tuie. vuole disfare. Perché la nostalgia per ciò che non si è vissuto non è nata col capitalismo tardo né con la prima cassa di un sampler. È una delle posture più antiche dell'essere umano davanti al tempo, e quasi ogni cultura che si è data la pena di guardarla l'ha chiamata con un nome proprio — un nome che l'inglese, e l'italiano con lui, non possiede. Mettere in fila quei nomi non è un esercizio da glossario: è disegnare la mappa di un sentimento che la nostra lingua sente ma non sa pronunciare. Ed è, per chi ascolta la musica di questo sito, il modo più esatto di dire ciò che la musica fa.
Si parte dall'Atlantico, dalla riva portoghese, perché lì la parola è quasi un'istituzione nazionale. Saudade: uno stato di struggimento malinconico verso qualcuno o qualcosa di amato e assente, una parola che deriva dal latino per solitudine e che i portoghesi descrivono come la presenza continua di un'assenza, il desiderio del ritorno di ciò che ormai è perduto. C'è perfino il verbo matar as saudades, uccidere le saudades — come se fossero un animale che ti abita e va abbattuto per sopravvivergli. La saudade non guarda indietro a un fatto: guarda a una pienezza mai posseduta. È esattamente questa la corda che vibra nelle registrazioni domestiche, nei nastri saturi, in tutta quella musica che sembra ricordare una casa in cui nessuno ha mai vissuto. Non a caso la saudade migra: esiste una trasmissione radio giapponese nata per le comunità brasiliane, dove la parola portoghese suona sopra voci nippo-latine — la nostalgia che si trapianta e attecchisce in un suolo che non è il suo. Lo stesso terreno emotivo che attraversa, fra i dischi di questo sito, la geografia brasiliana e spettrale di Cajupitanga e del suo Ubá: un Brasile dell'interno che ricorda sé stesso da una distanza che non ha mai colmato.
Poi si vira verso oriente, e il sentimento cambia direzione. In Giappone il mono no aware — letteralmente il pathos delle cose — non è struggimento per un altrove, ma una sensibilità all'effimero: una tristezza gentile e passeggera davanti al fatto che le cose passino, e una tristezza più profonda, più lunga, davanti al fatto che questo passare sia la realtà. È nato nella letteratura del periodo Heian, ed è la lente con cui per secoli si è letto il Genji monogatari. Si noti il rovesciamento: la saudade si protende verso ciò che manca, il mono no aware resta dentro ciò che c'è e lo guarda mentre svanisce. Il primo è desiderio, il secondo è congedo. Eppure il punto in cui i due si toccano è lo stesso punto: la coscienza che il tempo non torna. Chi ha ascoltato il folk acustico giapponese, o le registrazioni in cui una voce si dissolve dentro il fruscio del nastro, sa che lì non c'è nostalgia di un'epoca — c'è la grazia triste di una cosa colta nell'attimo in cui già se ne va.
Si scende ancora, fino al subcontinente, dove la nostalgia non è soltanto una parola ma una struttura musicale codificata. Il viraha — il biraha nel folk bhojpuri — è il canto della separazione dall'amato, il dolore della lontananza fatto melodia; una tradizione che arriva a dire che un corpo che non conosce la separazione è un cadavere vivente. E c'è di più, c'è qualcosa che a chi scrive di musica dovrebbe togliere il fiato: il raga Marwa è un raga che porta in sé lo struggimento e la separazione, e si canta all'ora del crepuscolo. La nostalgia, qui, non è un tema che si sceglie — è inscritta nell'ora del giorno e nella scala delle note, come se il sentimento avesse un suo orario e una sua intonazione obbligata. Esiste un disco nel catalogo di questo sito che si chiama Gloaming, crepuscolo: l'India aveva già messo quella penombra dentro un sistema musicale mille anni fa.
E infine la Cina, dove la nostalgia vicaria è addirittura un genere letterario con un nome e duemila anni di storia. Lo huaigu — meditazione sul passato — è la poesia in cui l'autore contempla le rovine di una gloria trascorsa, uno dei temi perenni della lirica cinese, amatissimo da Li Bai. Non un'emozione privata e improvvisa, ma una forma riconosciuta, ereditata, ripetuta di dinastia in dinastia: il poeta davanti al rudere che non ha mai visto intatto, che piange una grandezza di cui possiede solo la macerie. È l'anemoia trasformata in disciplina, in mestiere, in tradizione — l'esatto contrario della trovata pubblicitaria.
Si potrebbe continuare verso nord, dove il tedesco custodisce la Sehnsucht, il desiderio intenso per qualcosa che non sai cosa sia e che non puoi spiegare, una specie di dipendenza dal desiderio stesso — il struggimento ridotto al suo nucleo, senza più nemmeno un oggetto a cui appoggiarsi. Ma il punto ormai è chiaro. Ognuna di queste parole illumina una faccia diversa della stessa pietra: la saudade il desiderio del ritorno, il mono no aware la grazia dello svanire, il viraha la separazione cantata a un'ora precisa, lo huaigu la rovina contemplata, la Sehnsucht il desiderio senza oggetto. Cinque lingue, cinque tagli di luce, e nessuno di essi traducibile davvero negli altri. L'anemoia anglofona, accanto a questo, sembra un bambino che ha appena scoperto qualcosa che il mondo conosce da sempre — e l'ha scoperto, per giunta, dentro un centro commerciale.
Tutto questo per dire una cosa semplice sul perché si scriva, qui, in questo modo. La false memory nostalgia di cui tuie.ha già parlato — l'anemoia, il ricordo di ciò che non è accaduto — non è un'invenzione recente che la musica d'oggi avrebbe portato alla luce. È un sentimento che il Giappone medievale, il Portogallo delle scoperte, la Cina dei Tang e il folk dell'India del nord conoscevano già, ciascuno alla sua maniera, ciascuno con la sua parola. Quando un disco di questo mondo — un nastro saturo, un'arpa nel silenzio, una voce che non vuole essere sentita — produce quella mancanza che precede la sua origine, non sta facendo nulla di nuovo. Sta solo ricordando, in una lingua che è quella di tutti, qualcosa che ogni cultura aveva già nominato prima di noi. E forse l'unico vero compito di chi ascolta è imparare ad ascoltare in più di una lingua per volta.


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