Recensione: Cajupitanga • Ubā

Cajupitanga • Ubā (2019–2024): diciotto miniature dove la chitarra del sertão si ossida nell'ambient e una nebbia d'agosto scolora i buoi di Vitória da Conquista.

Antonio Martellotta

6/13/20262 min leggere

C'è una nebbia, in agosto, che sale dalle strade di Vitória da Conquista e cancella gli angoli, scolora i buoi fino a renderli bianchi.

È il loro quinto album, ed è anche, paradossalmente, il più vecchio — un EP pensato nel 2021 e poi lasciato a invecchiare. I Cajupitanga lo chiamano Ubá, la grande canoa, il vaso in cui galleggiano le memorie di un progetto che dura ormai da più di mezzo decennio. Ma la parola che conta davvero è un'altra: fantasma. Ubá è stato per anni una presenza assente, lo specchio in cui ogni nuovo lavoro andava a guardarsi — esisteva prima di esistere, dettava contorni e direzioni pur restando senza corpo. Ora che il corpo ce l'ha, scopriamo che non è un nuovo inizio ma una raccolta di sedimenti: diciotto immagini, quasi tutte di uno o due minuti, home recording e field recording cuciti a mano in un arazzo di idee che avevano sempre attraversato il duo senza mai prendere forma compiuta.

E qui sta il metodo, che è poi la cosa più sorprendente del disco. Ubá non costruisce atmosfere per poi mantenerle: le edifica con cura e poi le incrina dall'interno, come se ogni quiete portasse iscritta la propria interruzione. "Lida" e "Quermesse" sono due frasi di chitarra acustica che evaporano nell'istante in cui l'orecchio le riconosce — come un nome che svanisce mentre lo pronunci. In "As Cobertas" il canticchio e la chitarra procedono allacciati per una trentina di secondi, finché una frequenza ruvida non li slega di colpo: una crepa che attraversa l'intonaco dell'estate bianca, e per un attimo si è altrove. Non è un incidente, è la regola. Il disco vive di forze opposte, di deviazioni, di brani sviati da incursioni che ne contraddicono l'aria.

Anche quando si concede la forma, la concede per smentirla. "Payaso de Mira" si traveste da standard della musica brasiliana, indossa gli ottoni e la forma-canzone come un abito trovato in un baule — e proprio l'eccesso di compiutezza la denuncia come maschera. "Sobrado", al contrario, è una chitarra classica che cammina a passo di bassa marea, lenta e malinconica, mentre il mare resta sul fondo come un respiro. "Sete Bicos" raccoglie tutti gli elementi che dall'ambient folk ci si aspetterebbe, ma è una quiete solo apparente: dove dovrebbe esserci la forma, resta il calco vuoto da cui è appena stata estratta. E "Enterro" mette una voce sfregiata a inciampare contro una chitarra di pastoralità intatta — il funerale del titolo è questo attrito tra ciò che è guasto e ciò che è rimasto puro. Persino "Balalrim", verso la fine, è un organo che filtra il dramma attraverso una membrana, goccia a goccia.

La tesi del disco non è musicale ma percettiva: è la nostalgia per un luogo che non si è mai abitato davvero, ribaltata: qui il luogo lo si è abitato eccome, ma il ricordo lo ha riscritto fino a renderlo irraggiungibile. E come in quel filone di hauntologia diurna e agraria dove il passato riaffiora in piena luce invece che nel buio, Ubá non evoca spettri notturni: la sua nebbia è quella delle sette del mattino, la sua infestazione è fatta di buoi e di polvere e di una canoa che riporta a una casa — una casa, dicono loro stessi, interamente inventata, vecchia e nuova.

Ubā è su bandcamp

Artista: Cajupitanga

Album: Ubā 2026 (Cantores del Mundo)

Durata: 39'21"

Genere: ambient folk, lo-fi, field recording

Tracklist: Lida, Quermesse, As Coberta, Não Deve Ser Difícil Não, Rio de Contas, Payaso que Mira, Encarei Bobo, Sobrado, Arruada, Palavras de Vento, O Não, Sete Bicos, Cordillera, Enterro, Bailarim, Coração, Sierra de Cerca, Se a Madrugada

Cajupitanga - Uba
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