Lo Spettro in Pieno Sole — l'Altra Hauntology Italiana
Esiste un'hauntology italiana che Reynolds non ha visto: non quella nera del giallo e di Fulci, ma quella diurna, agraria, luminosa. Non l'incubo — il pomeriggio. Non il sangue — la polvere dorata.
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Comincia sempre da un fascio di luce nel buio. Il proiettore acceso, il cono che taglia la sala, e dentro il cono il pulviscolo che si muove come se avesse un destino — ed è già tutto lì, prima ancora che sullo schermo compaia qualcosa: la luce che porta i morti, il raggio che è insieme il nome dell'istituto e la sua confessione.
L.U.C.E. Si chiamava davvero così, l'organo che doveva illuminare l'Italia raccontandole dove stava andando. Mietiture, bonifiche, città di fondazione tirate su dal nulla delle paludi, treni, dighe, spighe controluce. Un futuro che si filmava da sé, convinto. Quel futuro non è arrivato — o è arrivato altrove, irriconoscibile — e le immagini restano, a girare in un archivio, a benedire un domani che non c'è stato. Cinquemila ore di un paese che si autopromette.
L'hauntology, quella di cui si parla, è inglese e nottura. Nasce nei suburbi nella nebbia, nei corridoi della BBC Radiophonic Workshop, nel crackle del vinile che Burial fa suonare come pioggia sull'asfalto dopo un rave finito. È fatta di interni grigi, di scuole di mattoni rossi, di un socialismo britannico mai compiuto. Quando Simon Reynolds — uno dei due padrini del termine in musica — si voltò a guardare l'Italia, vide il rovescio esatto: non il grigio ma il rosso del sangue, l'esoterico, il giallo, Fulci, una "nostalgia indotta da Sergio Leone e Lucio Fulci", una cultura di sole e violenza dove i ricordi sono incubi. Lettura magnifica. Ma è metà del paese.
Perché c'è un'altra Italia che torna, e non infesta nessuna cripta. Infesta il primo pomeriggio. Quello del documentario scolastico visto da bambini con le tende tirate, della sigla che annunciava il filmato sulla raccolta del grano, della voce squillante e impostata che benediceva un trattore nuovo come fosse la Resurrezione. Lo spettro italiano diurno non ha denti: ha un orizzonte sfocato, una luce sovraesposta, e una musichetta che non finisce mai di tornare.
Quella musichetta ha dei nomi, e quasi nessuno li conosce, anche se tutti — tutti — li hanno nelle orecchie. Il più nascosto in piena vista è Alessandro Alessandroni. Lo conoscete senza saperlo: il fischio dei western di Leone è suo, quel fischio che è diventato il suono stesso dell'America immaginata da un italiano. Ma il fischio è solo la facciata. Dietro c'è un continente: cori, sonorizzazioni, library a tonnellate, atmosfere da documentario naturalistico, pastorali sintetiche per filmati di cui nessuno ricorda l'esistenza. Alessandroni è il punto in cui le due Italie spettrali si toccano — il sole e violenza di Leone da una parte, e dall'altra la malinconia verde, agraria, di un suono scritto per accompagnare immagini di campi e di greggi destinate a essere viste una volta e dimenticate.
E poi c'è la library propriamente detta, le musiche per sonorizzazioni: interi cataloghi composti su commissione, per "riempire" — sport, natura, industria, attualità — da maestri che firmavano con pseudonimi perché era roba di servizio, non d'autore. Piero Umiliani usava una collana di nomi falsi, Zalla, Rovi, Catamo, come un uomo che si sdoppia per non farsi riconoscere mentre scrive la colonna sonora di un'epoca. E guardate i titoli che lasciava cadere, perché sono già hauntology allo stato puro, epitaffi luminosi scritti senza saperlo: Nostalgia — ne scrisse più d'uno, con lo stesso titolo, come se una non bastasse. Tanto Tempo Fa. Tanto Lontano. Viaggio Nel Tempo. Sono didascalie del lutto, etichette da apporre su un'Italia che mentre veniva filmata era già passata.
C'è una parola, nel catalogo dell'archivio Luce, che da sola vale tutto il discorso: repertorio. Sono migliaia di rulli di girato non montato — tagli, doppi, scarti, materiale parzialmente assemblato e mai chiuso. Non i film: i loro scarti. Spezzoni di realtà girati, ritenuti inutili, e conservati lo stesso. Spettri di spettri: immagini che non sono mai diventate niente, un'Italia che esiste solo come scarto di un'altra Italia mai finita. E c'è un dettaglio che chiude il cerchio in modo quasi troppo perfetto: dagli anni Settanta l'Istituto comincia a produrre nuove opere montando il proprio repertorio — cioè a infestare sé stesso, a riciclare i propri fantasmi in forma nuova. La hauntology, qui, non è una lettura critica che applichiamo da fuori: è letteralmente il metodo di lavorazione dell'archivio.
Il colpo finale, però, è recente, ed è il motivo per cui questo non è un pezzo di antiquariato. Dal luglio 2012 circa trentamila di questi filmati sono su YouTube — un accordo con Google ha aperto la cripta e ne ha rovesciato il contenuto nel feed. Adesso lo spettro è a portata di pollice. Puoi guardare, alle tre di notte, la bonifica dell'Agro Pontino sonorizzata da chissà quale Zalla, mentre l'algoritmo ti suggerisce di seguito un altro morto, e un altro. L'Italia che si autoprometteva un futuro scorre tra i meme. È diventata content. Ed è esattamente in questa forma — sgranata, autoplay, decontestualizzata, sonorizzata da musichette anonime di genio — che fa più paura, o più tenerezza, che mai: perché quel futuro lì, quello in pieno sole, lo conosciamo. È quello che non abbiamo avuto.
Resta una differenza ultima, e la lascio appena accennata, una porta socchiusa per un'altra volta. Lo spettro inglese trattiene: è rancore verso un futuro rubato, lutto che non scioglie. Queste immagini italiane, invece — il grano, la luce alta, il fischio che si perde sul campo — sembrano chiedere altro. Non di essere vendicate. Solo di essere lasciate andare, con la dolcezza con cui in Giappone si guarda cadere un fiore di ciliegio. Mono no aware: la malinconia delle cose che passano, senza colpa. Forse l'hauntology diurna, la nostra, non è un'infestazione. È un congedo che non riusciamo a dare.
Per ascoltare / riferimenti
Un avvertimento e un invito: questi dischi sono la library nella sua veste più nota — lounge, jazz, psichedelia, groove da commedia. Lo spettro diurno di cui si parla qui vi abita di sbieco, nei titoli e nelle atmosfere d'aria aperta più che in un intento elegiaco. Ascoltateli cercando il pomeriggio dietro il groove.
Alessandro Alessandroni, Open Air Parade (Sonor Music Editions) — il più vicino al registro pastorale-diurno del pezzo, fin dai titoli: "Spiagge Azzurre", "Cielo Verde", "Arioso Spirituale". → alessandroalessandroni.bandcamp.com
Alessandro Alessandroni, Alessandro Alessandroni — il cosiddetto Farfalla (Sonor Music Editions, 1971, ristampa 2020) — uno dei suoi vertici library riconosciuti, coi cori de I Cantori Moderni. → sonormusiceditions.bandcamp.com
Musica per sonorizzazioni — Italian Library Music 1969–1976 — compilation che dà la mappa del mondo: Tommasi, Nicolai, Sorgini, Umiliani, Alessandroni & Romolo Grano ("Per Un Eroe Caduto"), Morricone.
Piero Umiliani — per i titoli-epitaffio citati nel pezzo (Nostalgia, Tanto Tempo Fa, Tanto Lontano, Viaggio Nel Tempo): la compilation Grazie! (Nature Sounds) raccoglie soundtrack e library.
Archivio Storico Istituto Luce — non un disco ma la sorgente: ~30.000 filmati pubblici dal 2012. Canale YouTube CinecittaLuce e portale patrimonio.archivioluce.com. È qui che lo spettro diurno si guarda, prima che si ascolti.
Per approfondire (la tesi contro cui scrivo): la riflessione sull'hauntology italiana ospitata sul blog di Simon Reynolds (Retromania, 2012) — la lettura "sole e violenza", Leone e Fulci, da cui questo pezzo prende le distanze.
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