Recensione: Mary Lattimore & Julianna Barwick • Tragic Magic
Tragic Magic — la bellezza che resta quando tutto il resto brucia. Julianna Barwick e Mary Lattimore registrano a Parigi, con arpe di tre secoli fa, un disco nato dalle ceneri della California.
La bellezza che resta quando tutto il resto brucia. Julianna Barwick e Mary Lattimore registrano a Parigi, con arpe di tre secoli fa, un disco nato dalle ceneri della California.
Julianna Barwick e Mary Lattimore arrivano a Parigi nel gennaio del 2025 portandosi dietro l'odore del fumo — la California aveva appena cominciato a bruciare, Barwick aveva dovuto lasciare casa, e l'invito della Philharmonie de Paris a usare le arpe storiche del Musée de la Musique si trasforma in qualcosa che nessuno aveva pianificato: un rifugio, una stanza piena di strumenti antichi e nove giorni di tempo.
Le arpe che Lattimore sceglie non sono strumenti qualunque. Una Höchbrücker tedesca del 1728, una Érard francese a singolo movimento del 1799, una Érard a doppio movimento del 1873, le campane di accordatura di una Pleyel cromatica del 1900. Tre secoli di evoluzione di un solo strumento, messi a disposizione di chi aveva perso la propria casa pochi giorni prima. C'è qualcosa di quasi insopportabilmente giusto in questo: andare a cercare consolazione in oggetti che hanno attraversato indenni guerre, rivoluzioni, secoli interi, mentre la tua casa di legno e cartongesso è diventata cenere in poche ore.
"Perpetual Adoration" apre il disco e dichiara subito il patto. Lattimore fa cadere una sequenza di note d'arpa che bucano il silenzio, e poco dopo entra la voce di Barwick. Il brano nasce da un dettaglio minimo: il cartello della cappella dell'adorazione perpetua nella Basilica del Sacro Cuore a Montmartre, e il canto di una suora sentito di sfuggita. Da lì si costruisce una cattedrale di synth analogici che cresce lentamente fino a creare un paesaggio sonoro elettroacustico immersivo che mescola arpe storiche, sintetizzatori celesti e la voce eterea di Barwick.
"The Four Sleeping Princesses" prende il nome da una battuta detta per caso davanti alla collezione di arpe del museo — quattro strumenti allineati come principesse addormentate. Ed è esattamente questo il brano: una musica che sta perennemente sull'orlo del risveglio e non si sveglia mai. L'arpa costruisce per ripetizione e variazione minima, una struttura quasi minimalista alla Philip Glass, mentre la voce di Barwick fa da bordone, da ancora monotona sotto le onde. I synth crescono in basso, lenti, sollevando la melodia senza mai romperne l'incantesimo.
"Rachel's Song" è il cortocircuito più affascinante del disco. È una cover di Vangelis — il tema di Rachael dalla colonna sonora di Blade Runner, il futuro immaginato nel 1982. Suonarlo oggi su un'arpa del 1799 significa far collidere tre tempi diversi: il passato remoto dello strumento, il futuro retroillusorio del brano, il presente di chi lo registra. È hauntology allo stato puro — la nostalgia di un avvenire che non è mai arrivato, filtrata attraverso il legno e le corde di due secoli fa. Barwick e Lattimore non lo reinventano: lo avevano già portato dal vivo, lo conoscono nel corpo, e restano fedeli alla forma originale lasciando che sia il contesto a trasfigurarlo. C'è meno arpa qui, e qualche fischio spettrale che evoca certe colonne sonore di Morricone.
"Haze with no Haze" è forse il vertice emotivo del disco. I glissandi scintillanti di Lattimore e i loop vocali di Barwick si fondono in un riverbero che gira su se stesso, sopra un synth che dispera sotto. È il brano dove la stanza conta quanto le musiciste — la registrazione lascia respirare l'eco della Philharmonie, il vuoto attorno allo strumento diventa una foschia che non c'è, dice il titolo. Una nebbia interiore senza condizioni meteorologiche.
E poi "Temple of the Winds", due minuti e mezzo che sono il cuore segreto del disco. Non è di Barwick e Lattimore — è una composizione di Roger Eno, fratello di Brian, suonata sull'arpa più antica dell'archivio, la Höchbrücker del 1728. Tutto si riduce all'osso: voce e corde, niente synth, niente riverbero a coprire. Ha un'aura che richiama Arvo Pärt e John Tavener, la musica sacra che non prega ma contempla. C'è dentro qualcosa che oscilla tra il canto di resurrezione e la richiesta di permesso alla natura — lo stesso vento che ha portato le fiamme e che ora riporta il respiro. Il timbro dell'arpa diventa quasi un liuto, e la voce di Barwick attraversa la melodia come un madrigale, cristallina ma con un sussurro di mistero trattenuto. È il brano più breve e il più nudo, quello che potrebbe crollare se solo lo si spingesse un millimetro più in là.
"Stardust" riporta i synth al centro. È il brano dove Barwick prende il comando, dove le tastiere disegnano la melodia principale e l'arpa diventa ornamento luminoso. Il dialogo più sofisticato del disco — il rimando continuo tra il passato evocato dalle corde e il presente dal bordo di vetro tenuto dai synth. È il momento in cui la collaborazione smette di essere somma e diventa terza cosa, qualcosa che non esisterebbe senza entrambe.
"Melted Moon" chiude, ed è il brano degli incendi. Otto minuti e mezzo, la voce più nuda e diretta che Barwick abbia mai inciso — quasi senza filtro, quasi senza riverbero. Ma la cosa che resta addosso è come Lattimore suona l'arpa qui: non la pizzica come si pizzica un'arpa, la fa parlare come Robert Smith fa parlare la chitarra dei Cure, orientando le melodie verso uno struggimento. È l'unico brano con un testo riconoscibile, l'unico che nomina la perdita invece di evocarla soltanto. E proprio mentre la tensione monta, la voce emerge come quando le nuvole si aprono — e quello che dice, senza dirlo, è una sola cosa: avanti.
Le recensioni anglosassoni hanno usato parole come new age, fairy world, fantasia boschiva. Non sbagliano, ma si fermano alla superficie. Tragic Magic non è una fuga in un mondo incantato — è quello che resta quando il mondo reale ha smesso di essere abitabile e bisogna trovare altrove un posto in cui respirare. Le due musiciste hanno detto di aver trovato, in quei nove giorni, qualcosa che andava oltre loro stesse: la sensazione che anche quando non tutto è a posto, la bellezza permane. Non come consolazione a buon mercato. Come fatto bruto, ostinato. La luna si scioglie, la casa brucia, e un'arpa del 1728 continua a suonare esattamente come suonava tre secoli fa. La magia tragica non è la magia che finisce male. È la magia che continua a funzionare anche dopo che tutto il resto è finito male.
https://marylattimoreharpist.bandcamp.com/album/tragic-magic
Artista: Mary Lattimore & Julianna Barwick
Album: Magic Tragic 2026 (InFiné Éditions)
Durata: 42'33"
Genere: ambient, neoclassical
Tracklist: Perpetual Adoration, The Four Sleeping Princesses, Rachel's Song, Haze with no Haze, Temple of the Winds, Stardust, Melted Moon


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