Recensione: Juni Habel • Evergreen in Your Mind

Evergreen In Your Mind, terzo album della cantautrice norvegese Juni Habel: un disco di folk fingerstyle uscito nel 2026 su Basin Rock. Il referto acustico di un edificio scolastico dopo le quattro.

Antonio Martellotta

6/20/20263 min leggere

L'ultima campanella suona e l'edificio si svuota in pochi minuti. E' in quell'ora — l'aula vuota, il piano della scuola, le sedie rimaste storte — che Juni Habel ha registrato parte di questo disco. Insegna. Finita la giornata resta dentro le stanze e accende qualcosa che cattura il suono.

Norvegese, terza prova, un'ora a sud di Oslo. Il dato anagrafico vale poco. Vale di più sapere che evergreen, nel titolo, non è la pianta né la canzone immortale: è il ricordo che non sbiadisce, il sempreverde della memoria, ciò che resta in mente quando il resto del bosco ha perso le foglie. E dove la pesca, una che lavora dove l'infanzia degli altri passa ogni giorno e non si ferma? Non la propria nostalgia — la nostalgia di transito, quella che si deposita in un'aula come la polvere sui davanzali, strato su strato di anni che non sono i tuoi.

"Another High" apre in modo quasi devozionale — è un pezzo circolare e durante il percorso si aggiungono suoni di sintesi che arrivano come echi dal basso appena percepiti, il ritornello si fa più luminoso e passa aria tra le note. "I'd Like To See It" porta il verso fin sulla soglia del ritornello e lì, invece di cantare, si toglie di mezzo: al posto delle parole entra un interludio di synth.

"Pearl Cloud Song" è il pezzo dove la tesi si fa carne. Un american primitive — la chitarra che gira su un'accordatura trovata per caso, dita che intrecciano linee come fa Fahey quando smette di voler dimostrare qualcosa — ma sotto, a tenere il tempo, una cassa in quattro quarti, secca, da metronomo. Scelta strana e bellissima: il fingerstyle americano vive di rubato, di respiro, di tempo che si piega; metterci sotto un battito rigido è come legare un aquilone a un'incudine.

La title track, al centro, lavora un'altra zona: il fingerstyle è morbido, e c'è una scelta di equalizzazione deliberata che va controcorrente — i medi spinti, le alte smussate, quel suono medioso che il folk dei Settanta aveva non per gusto ma per costrizione, il nastro che non teneva le frequenze estreme e impastava tutto in una banda calda e stretta. Habel ricostruisce quel limite tecnico come fosse un colore: non imita il passato, accorda il suono alla materia del disco, che è la memoria — e la memoria suona così, ovattata, senza brillantezza. La voce ci si posa e non si capisce mai del tutto se conduce o se è condotta.

"Stand So Still" è il punto in cui si misura cos'è davvero questo disco: raffinatezza tecnica, si dispiega piano, senza un'imperfezione — e nemmeno una di quelle imperfezioni cercate che il folk d'autore usa per sembrare umano. Subito dopo "Gitarhum" fa quel che il nome dice — uno strumentale apiario, il brusio di un alveare lasciato al sole mentre nessuno raccoglie, field recording e corde che si fanno ambiente. Gli strumentali vivono di un american primitive non da freddo nordico, non da polvere del deserto ma entrano in casa si mettono a tessere l'aria della stanza.

Verso la fine il registro si abbassa ancora. "Sage" è la più bassa di tono, un harmonium che tiene il fondo come un mobile troppo grande per la stanza, e sopra una chitarra che conta qualcosa, forse i giorni, con la pazienza ottusa di chi fa la posta a un'assenza. "Colours Close To Me" gioca di voci doppiate, e "Statues" chiude sull'immagine sua, dell'amore che muore "come statue abbandonate perse in mare" — il finale meno consolatorio.

C'è un'obiezione, e va detta. Un disco tutto sulla stessa temperatura, sulla stessa quiete soprannaturale, rischia l'indistinto: undici tracce che potrebbero essere una sola lunga. Ma reclamare la variazione è perdersi in una questione di forma, e la forma qui ha già trovato la sua misura perfetta.

Quarantuno minuti, tutto piacevolmente di quella sfasatura nordeuropea che non cerca il centro.

Evergreen in Your Mind è su bandcamp

Artista: Juni Habel

Album: Evergreen in your Mind 2026 (Basin rock)

Durata: 41'

Genere: folk, fingerstyle, modern folk

Tracklist: Another High, I'd Like To See It, Pearl Cloud Song, Tessa, I Lay My Trust, Evergreen In Your Mind, Stand So Still, Gitarhum, Sage, Colours Close To Me, Statues You?, Echoes of Love, Echoes of Love pt.2, Birds in the Wind, Petrichor, In This Beautiful Life

juni Habel - Evergreen in your Mind
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