Recensione: Cher1tide • Girls Blue
Girls Blue di Cher1tide: chitarra e voce da Tokyo, dream folk lo-fi che tiene a fuoco invece di annebbiare. Un pastorale sereno attraversato dalla hauntology.
Tokyo non si sente, in questo EP. Ed è la prima cosa da dire, perché ci si aspetterebbe che una città di tredici milioni di persone lasciasse almeno un'ombra sul nastro — un rumore di fondo, una densità.
La voce che apre Girls Blue viene da un altrove senza coordinate urbane: una stanza, forse, o un campo dopo che la gente se n'è andata. La provenienza dichiarata e il suono che esce dalle casse non si parlano, e questa distanza è già metà del disco.
"Do You" entra con una cassa distorta, un battito che porta il passo lento e cadenzato di un quattro quarti che non ha fretta di arrivare, si lascia dietro una scia breve di riverbero, come un piede che striscia un attimo di troppo sul pavimento. La voce è poca — pochissima — ma non è sfocata, ed è qui il primo scarto rispetto a tutto un genere che confonde l'intimità con la nebbia: il lo-fi qui non è un velo steso sopra le cose per renderle vaghe; è la grana della superficie su cui le cose restano nitide.
Poi la voce arretra. "Echoes of Love" la spinge più lontano e lascia in primo piano la chitarra acustica, due accordi soltanto, ma di quelli che sembrano non aver avuto un inizio e non prevedere una fine — un dream pop senza fronzoli, ridotto all'osso. E quando arriva "Echoes of Love pt2" — l'unico brano che spezza la formula chitarra-e-voce di tutto il resto — la cosa non si ripete affatto. La semplice ossatura del pezzo precedente prende corpo e sprofonda: il synth non è una superficie su cui la voce poggia, è un fluido in cui la melodia vocale di prima si scioglie fino a sparire. In primo piano resta uno spoken word, e il senso si capovolge con una precisione quasi crudele: prima c'erano echi d'amore, l'eco di qualcosa che era stato; ora nemmeno l'eco esiste più. La traccia gemella divorzia dalla sorella mentre porta lo stesso nome.
"Birds in the Wind" è il cuore caldo del disco. Chitarra acustica e voce, e l'impressione — un'impressione, va detta come tale — che il pezzo sia stato scritto a quattro mani da Maria Somerville e Liz Harris, se mai si fossero sedute nella stessa stanza con una sola chitarra tra loro. Qui il clima del disco si lascia nominare per quello che è: un pastorale sereno attraversato da una corrente sottile nipponica.
"Petrichor" porta il suo nome con onestà: è il risveglio dopo la pioggia, l'odore della terra bagnata reso in lenti arpeggi suonati con le dita, una dopo l'altra, senza plettro a interporsi. È qui, e in verità lungo tutto l'EP, che si scorge la lezione di Mazzy Star: quella sensazione narcotica, quel modo di tenere il tempo come se fosse sempre l'ora prima del sonno. E "In This Beautiful Life" chiude prolungando il discorso emotivo e la dialettica sonora del brano che la precede.
Sei tracce, e nessuna che alzi la voce. Girls Blue è un disco che si fida del poco: due accordi, una voce posata anziché sepolta, il riverbero dosato. Chi cerca il dramma resterà a mani vuote. Chi sa che certe cose si dicono meglio quasi senza dirle — troverà qui esattamente la propria lingua. I temi dell'EP: la terra, gli uccelli tra il vento, l'aria lavata dopo la pioggia, l'amore che si ripercuote a distanza, una vita da ringraziare. Pochi spettri, molta materia. La hauntology qui è quasi tutta sostanza e quasi niente assenza — il che è, di per sé, una piccola eresia rispetto al canone.
Artista: Cher1tide
Album: Girls Blue 2026 (self released)
Durata: 21'40"
Genere: dream folk, lo-fi
Tracklist: Do You?, Echoes of Love, Echoes of Love pt.2, Birds in the Wind, Petrichor, In This Beautiful Life


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