Un anno qualunque: i diari dipinti di Edith Holden

I diari di natura di Edith Holden, lady edoardiana: acquerelli e annotazioni mese per mese, il tempo agrario e la nostalgia per un anno che lei non sapeva di stare perdendo.

WRITINGS

Antonio Martellotta

6/21/20264 min leggere

Edith Holden
Edith Holden

Si lega, tutto questo, a quel sentimento che altrove abbiamo provato a circoscrivere — la nostalgia di un tempo che non si è vissuto, depositata da chi guarda e non da chi ha vissuto, una geografia emotiva senza una parola propria nella nostra lingua. Holden è il caso di laboratorio. Nelle sue pagine non c'è nostalgia: c'è solo presente, un maggio del 1906 vissuto come maggio e basta. La nostalgia è interamente nostra, è la distanza che noi mettiamo tra quel maggio e questo, ed è qui che la cosa si fa vertiginosa — proviamo struggimento per un anno qualunque solo perché qualcuno ebbe la pazienza di dipingerlo mentre durava. Non era un anno speciale. Lo è diventato perché qualcuno lo guardò bene.

C'è una parentela sonora a questo diario, ed è una sola. From Gardens Where We Feel Secure di Virginia Astley registra un giorno d'estate inglese ora per ora, dal canto degli uccelli all'alba fino alla campana della sera, senza quasi parole, con la stessa devozione meteorologica e la stessa fede che il giorno meriti di essere annotato perché esiste. È il diario di Holden trasposto in suono: un altro modo di dire che la luce di un pomeriggio qualunque è abbastanza importante da essere conservata. Chi conosce quel disco conosce già queste pagine, anche se non le ha mai viste — e troverà nelle registrazioni di un giardino al tramonto la stessa cosa che si registra negli acquerelli di Olton.

Holden morì il 16 marzo 1920, a Kew, annegata nel Tamigi mentre allungava un ramo verso le gemme di un castagno. Si è sempre raccontato questo dettaglio come una chiusura perfetta, la naturalista uccisa dalla natura, il cerchio che si serra. A me pare il contrario. Pare l'ultima riga di un diario che continuava a fare la stessa identica cosa di sempre — guardare un albero che stava per aprirsi, volerne portare via la forma — e che la morte interrompe a metà gesto, senza concedergli la dignità di una conclusione. Non c'è simbolo. C'è una donna di quarantanove anni che voleva vedere da vicino una gemma di marzo, come ne aveva viste mille, e che stavolta non tornò a riva. Il castagno fiorì comunque, quell'anno, senza di lei.

Restano i quaderni. E la cosa più giusta da dire su di essi non è che fermano il tempo — non lo fermano, niente lo ferma — ma che gli camminano accanto al passo, lo accompagnano per un tratto come si accompagna qualcuno fino al cancello sapendo che poi prosegue da solo. Aprite il diario a febbraio e febbraio arriva, ogni volta, con i suoi bucaneve già pronti. È quanto basta.

Nel 1906 una donna del Warwickshire passava i giorni a dipingere fiori e annotare il tempo che faceva, senza sapere di star compilando un capolavoro. I due diari di Edith Holden, e l'arte di trattenere un anno senza coglierlo.

C'è un giorno di marzo del 1906, in una contea inglese che allora non sapeva ancora di essere il fondale di niente, in cui una donna di trentacinque anni si china su una siepe del Warwickshire per guardare meglio una primula. Non la coglie. La guarda, la disegna, ci scrive accanto il nome volgare e quello latino, e annota che il vento è girato a est. È tutto qui. È un gesto che non aspira a nulla, non commemora nulla. Un secolo dopo, ci arriva addosso come una piena.

Edith Holden tenne due di questi diari. Le Nature Notes del 1905, più grezze, ritrovate e stampate solo nel 1989; e le Nature Notes for 1906, che il mondo conobbe nel 1977 col titolo che le ha rese celebri, The Country Diary of an Edwardian Lady. Cinquantasette anni di silenzio prima della prima pubblicazione: il manoscritto era rimasto in famiglia, una cosa privata, un quaderno di scuola elevato a devozione. Perché Holden era un'illustratrice vera — Birmingham School of Art a tredici anni, un anno a Craigmill in Scozia, libri per bambini stampati col suo nome — e nel 1906 insegnava disegno e faceva tenere ai suoi allievi diari di natura identici al suo. Il capolavoro nasce come compito assegnato anche a sé stessa.

Edith Holden
Edith Holden

La tentazione, davanti a queste pagine, è di leggerle come si legge un'epigrafe: all'indietro, sapendo la fine. Ma le pagine non sanno niente, e questa è la loro forza. Holden scrive dentro il tempo, con la calma di chi crede di averne quanto basta — e ne aveva, in quel momento, quanto chiunque. La malinconia che il lettore vi versa è una sua aggiunta postuma, un sedimento che si deposita solo a libro chiuso. Sulla pagina c'è altro: c'è un pettirosso, c'è la prima violetta, ci sono le date dei santi rurali e i proverbi sul tempo che verrà, c'è un anno qualunque dipinto con la cura che di solito si riserva alle cose che non torneranno — solo che lei non lo sapeva.

Vale la pena dire cosa sono davvero, questi diari, perché la parola "diario" inganna. Non è confessione, non è introspezione. È un horologium vegetale, un orologio fatto di fioriture: il mese si misura non in giorni ma in ciò che si apre — il bucaneve che dichiara febbraio, il biancospino che firma maggio, la fioritura del castagno che indica un giugno già pieno. Holden non descrive le stagioni, le conta col polline. È la più antica forma di calendario che esista, quella che precede Roma e i suoi nomi di mesi: l'anno letto sul corpo delle piante, come facevano i contadini di Esiodo che non guardavano il cielo astronomico ma il levarsi delle Pleiadi per sapere quando mietere e quando arare. Le opere e i giorniè, in fondo, lo stesso libro: un poema su cosa fare in quale stagione, perché la stagione lo chiede. Holden ne è l'erede inconsapevole, in acquerello, con accanto i versi di Tennyson copiati a mano.

E gli acquerelli. Qui bisogna sospendere il vezzo critico e guardare. Sono precisi come tavole scientifiche e teneri come ex voto. Una donna che dipinge un nido con cinque uova non sta facendo ornitologia: sta facendo un atto di presenza, sta dicendo io ero lì quando questo accadeva. La precisione non è fredda, è una forma di amore esatto — l'unico modo che aveva per trattenere senza possedere. Non coglieva i fiori. Li lasciava sulla siepe e ne portava via la forma. C'è una parola greca per questo gesto che non abbiamo in nessuna lingua moderna: la cura che osserva senza prendere, che custodisce lasciando dov'è. Holden la praticava senza nominarla.

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