Recensione: Vashti Bunyan • Just Another Diamond Day

Vashti Bunyan, Just Another Diamond Day (1970): il disco invenduto che divenne l'antenato dell'ambient folk. Un viaggio in carro verso le Ebridi fatto canzone.

Antonio Martellotta

5/6/20264 min leggere

Tredici miniature nate lungo un viaggio in carro verso le Ebridi, vendute in centocinquanta copie e poi dimenticate per trent'anni. Just Another Diamond Day è la pietra di fondazione dell'ambient folk: il disco in cui il folk smette di raccontare e comincia ad ambientare.

Per cominciare bisogna dire una data e un numero, perché in essi c'è già tutta la parabola: dicembre 1970, cinquecento copie. Tante ne furono stampate di questo disco, e poco più di centocinquanta trovarono un acquirente; il resto rimase invenduto, e la donna che l'aveva inciso lo prese come un verdetto, regalò le copie che le erano rimaste, e smise di fare musica per quasi trent'anni. È un fallimento così totale da rovesciarsi nel suo contrario, perché quel disco invenduto è oggi l'antenato riconosciuto di tutto un modo di intendere il folk — il capostipite di ciò che, decenni dopo, qualcuno avrebbe chiamato ambient folk, e che allora non aveva nome perché non esisteva ancora.

La storia che lo precede è nota e va detta presto, perché senza di essa il suono non si capisce. Vashti Bunyan, nata a Newcastle nel 1945, cresciuta a Londra, era stata negli anni Sessanta una promessa mancata: Andrew Loog Oldham, il manager dei Rolling Stones, la voleva nuova Marianne Faithfull, le fece incidere un brano di Jagger e Richards, e il singolo non andò da nessuna parte. Delusa dall'industria, nel 1968 Bunyan fece una cosa che nel folk inglese diventerà leggenda: comprò un cavallo e un carro, e con il compagno Robert Lewis partì da Londra verso le Ebridi, dove il cantante Donovan stava fondando una comune. Ci misero quasi due anni, attraversando la Gran Bretagna al passo di un cavallo, e quando finalmente arrivarono a Skye, Donovan e la comune se n'erano già andati. Lungo quella traversata, fra un accampamento e l'altro, Bunyan scrisse queste canzoni. Joe Boyd — il produttore di Nick Drake e dei Fairport — la convinse a inciderle in pochi giorni nel dicembre del 1969, con Robin Williamson, Simon Nicol, Dave Swarbrick e Robert Kirby, l'arrangiatore di Drake, ai fiati.

Conosciuta la genesi, conviene dimenticarla, perché il rischio di questo disco è proprio la sua leggenda: il libro illustrato hippie, la ragazza col carro, i fiumi-arcobaleno, le lucciole. Bunyan stessa, nella sua autobiografia, ha passato anni a correggere quella versione da cartolina — il tono vero del suo racconto è asciutto, quasi laconico, e il viaggio fu assurdo, faticoso, freddo, lungo due estati e un inverno. È proprio questa frizione — fra la dolcezza apparente e la durezza reale che la sostiene — il segreto del disco, e ciò che lo separa dalla mera grazia.

Perché il suono, in superficie, è di una mitezza quasi insostenibile. Le canzoni costruite intorno alla voce di Bunyan come unico strumento guida: una voce timida, sottile, posata talmente vicino al microfono da sembrare nella stanza come presenza. Intorno, l'arrangiamento minimo — chitarra acustica, flauto, mandolino, banjo, fiddle, arpa — lascia aria. Tredici brani di due minuti, e su tutti e tredici è steso uno speciale incantesimo; nella foresta profonda del folk inglese ci sono molte fate, e gli arrangiamenti avvolgono dolcemente chi ascolta. È un ascolto che dura mezz'ora e sembra durare una stagione intera.

Qui sta il punto che fa di questo disco un antenato, e non solo un bel disco dimenticato. Just Another Diamond Day è folk soltanto per gli strumenti che usa; per tutto il resto è già un'altra cosa. Le canzoni non raccontano nel modo del folk tradizionale, con la sua ballata, il suo arco narrativo, la sua morale. Evocano. Sono vignette, scorci, finestre — "Window Over The Bay", appunto — affacciate su un paesaggio che è insieme reale e interiore. Rob Young, nel suo Electric Eden, ha colto la cosa esatta: i temi del disco non stanno nei luoghi geografici consueti del rock britannico, scaturiscono da zone più remote, il doppio territorio di paesaggio e sogno dell'interno della Gran Bretagna. È questa la mossa che fonda l'ambient folk: spostare il baricentro dalla storia all'atmosfera, dalla canzone al luogo che la canzone fa affiorare. Trent'anni prima che il termine esistesse, Bunyan stava già facendo ciò che oggi fanno Grouper o gli artisti di Clay Pipe — usare la forma-canzone come una soglia verso uno stato, non come un racconto da seguire.

E c'è una cosa che il disco fa, e che nessuno dei suoi epigoni più levigati saprà rifare con la stessa innocenza: tiene insieme il sublime e il quotidiano senza gerarchia. "Jog Along Bess" è letteralmente una canzone per incitare la cavalla a camminare; "Rose Hip November" è il mese delle bacche di rosa canina; "Diamond Day" fa di una giornata qualsiasi — just another — un gioiello, e lo fa proprio rifiutando di alzare la voce. La rivelazione non è nell'eccezionale, è nell'ordinario guardato abbastanza a lungo. Questo è un pensiero meridionale quanto nordico, agrario in ogni latitudine: la santità delle piccole cose, il tempo contadino che non distingue fra il bello e l'utile, fra nutrire gli animali e comporre. In Bunyan il gesto di dare di mangiare al cavallo e il gesto di scrivere una melodia sono lo stesso gesto, e questa indistinzione è la sua grazia più profonda.

Non sorprende che il disco sia tornato dal nulla proprio quando una nuova generazione cercava esattamente questo. Alla fine degli anni Novanta Bunyan digitò il proprio nome in un motore di ricerca e scoprì di essere diventata, a sua insaputa, un oggetto di culto: la ristampa del 2000, poi l'EP con gli Animal Collective, l'abbraccio di Devendra Banhart e Joanna Newsom, l'etichetta FatCat. La chiamarono madrina del freak folk, come un'altra voce femminile del 1970 riemersa dall'oblio per fondare un mondo. Ma la parola freak coglie il ramo e manca la radice. Ciò che Bunyan aveva fondato, senza saperlo e poi senza rivendicarlo, era qualcosa di più ampio e più quieto: l'idea che una canzone potesse essere un paesaggio in cui entrare, che la voce potesse farsi luogo, che il folk potesse smettere di narrare e cominciare ad ambientare. Il disco invenduto del 1970 è la pietra su cui poggia tutto un edificio che sarebbe sorto trent'anni dopo, e che ancora oggi non ha finito di crescere.

Si esce da Just Another Diamond Day come da una giornata passata all'aperto: non è successo niente, e tutto è cambiato. Una cavalla incitata a camminare, le bacche di novembre, una finestra sulla baia, un giorno qualunque trasformato in diamante dal solo fatto di essere stato attraversato con attenzione. Bunyan ci credette così poco da scomparire per trent'anni. Aveva torto, e la misura del suo torto è tutta la musica che le è venuta dietro.

Artista: Vashti Bunyan

Album: Just Another Diamond Day 1970 (Philips)

Durata: 31'24"

Genere: ambient folk, folk pastorale, psych folk

Tracklist: Diamond Day, Glow Worms, Lily Pond, Timothy Grub, Where I Like To Stand, Swallow Song, Window Over The Bay, Rose Hip November, Come Wind Come Rain, Hebridean Sun, Rainbow River, Trawlerman's Song, Jog Along Bess, Iris's Song For Us

Vashti bunyan - Just Another Day
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