Recensione: Tujiko Noriko • Pon

Tujiko Noriko, Pon su Editions Mego: elettronica, field recording domestici e melodie fragili come elegia per una gatta sorda. Il suono offerto a chi ha vissuto nel silenzio.

Antonio Martellotta

6/15/20263 min leggere

Pon, la gatta a cui Tujiko Noriko intitola e dedica il suo sesto album per Editions Mego, era nata sorda, ed è morta presto, per un incidente. Tutto ciò che segue — settanta minuti di elettronica, voce, registrazioni rubate alle stanze di casa — è allora una contraddizione tenuta in mano con dolcezza: un'offerta sonora a chi non poteva riceverla, il mondo dei rumori ricostruito per un'orecchio che lo aveva attraversato in silenzio. Un atto necessario.

"Only on Love" vara subito i propri terreni — una melodia vocale che lambisce certe ampiezze care ai Sigur Rós, ma piantata in territori ambient-elettronici, e da lì la materia del brano manda radici verso il basso, profonde al punto da incrinare la superficie che attraversano: dove passano, stridono. È un canto che non accarezza, scava; e nel ritrarsi lascia lo spazio segnato, abitato ancora dalla propria pressione. Sono scorci di una vita vissuta fuori dalla stanza e ricomposta dentro, il fuori che rientra come sogno.

In "Kikoeru Pon" — "Pon si ode" — quella stessa stanza diventa reliquiario. La leggerezza è apparente: sotto, i ricordi si accatastano senza che la mente riesca a separarli, e li tiene sovrapposti apposta, perché distinguerli sarebbe già perderli. Voci di bambini, field recording domestici e una grana sonora inconfondibilmente giapponese, e infine lei, la gatta che dà il nome a tutto. Il mondo si fa ovattato, attutito, un sentire da sott'acqua: ed è qui che l'intuizione si fa struggente, perché quel suono felpato è precisamente ciò che si spera potesse arrivare a una creatura che non udiva — non il suono com'è, il suono come glielo si sarebbe voluto regalare. Il finale spegne tutto in una quiete incerta.

"Knife of Yonder" allarga il respiro su dieci minuti in cui la texture ambientale si fa testo, e la voce lo legge: non cerca ritornelli, cerca una polarità, una tensione che tenga senza mai distrarre dal brano: le percussioni entrano ed escono più volte, maree. L'elemento umano resta sempre fuori asse — i fiati, gli archi, Noriko li tiene a basso volume, perché non è quello il suono che si deve sentire. La voce conduce; il resto la segue da un passo indietro.

"Boku Wa Obake" — "io sono un fantasma" — si erige su voci estranee che affiancano la cantante: presenze che potrebbero essere altri, o lei stessa sdoppiata, e che ripetono le medesime parole fino a farne un'eco senza origine. È inquietante senza esserlo mai sul piano musicale, il disagio che si insinua dalla soglia e non dal suono: non c'è dissonanza a spaventare, c'è solo questo coro di sé che si moltiplica, dichiarandosi fantasma, il canto lo diventa.

Poi il disco si concede l'infanzia. "Beachside Cats" è un gioco orchestrato elettronicamente per gatti, un mondo felino popolato di suoni da felino, e sopra un cantato che torna bambino. Sfiati quasi da theremin, corde sorde, cori muti, e una voce che procede lenta e precisa, come dovesse accompagnare qualcuno da qualche parte. È qui che si vede la mano di Noriko: costruisce luoghi come si custodisce una teca antica e preziosa, mondi in cui le funzioni organiche — fiato, corda, voce, battito — diventano strumenti padroneggiati con cambi continui ma mai eccessivi. Musica digitale lavorata però a mano, mossa con le dita, come argilla.

"Birthday" ricuce i momenti belli: ricostruisce con le registrazioni l'istante in cui si sigilla un tratto di tempo passato insieme, e lo chiude dentro. Batteria, synth acquatici, e i glitch a fare da interferenza statica, il graffio gentile sul nastro della memoria.

"Wakaru Pon" porta le coordinate a oriente. Pianoforte e voce erigono un tempio sonoro scarno, e la separazione definitiva si annuncia chiara prima di frangersi nei riverberi e nelle sovraincisioni. Il dolore si moltiplica, e va alchemizzato — trasmutato. È il suono che riconduce alle origini, al momento in cui non si è più abitanti ma abitati: la perdita che ci occupa dall'interno. Religioso, nel senso esatto del legare.

"Pon on TGV" è invece pura velocità ottica, il paesaggio che scorre dal finestrino: la colonna sonora di quella corsa è fatta di raggi solari tradotti in frequenze, suono e colore generati nello stesso gesto, un arcobaleno di luce sonora, micro-minimalismo glitch sintetico che lampeggia e svanisce.

E "Kazeyo Pon" chiude quando ormai la materia si è fatta vento. L'invocazione al vento è un ringraziamento: poche note di piano, gli archi sempre velati da vibrazioni granulose, piccole onde delicate, un glitch ammorbidito fino alla carezza. Il vento si affida alla propria dissoluzione, e solo un fanciullo può chiudere il brano — e il disco — con un la la la che non spiega niente e dice tutto, la sillaba prima del senso, l'unica lingua che una creatura senza parole e senza udito avrebbe forse condiviso.

Resta, a fine ascolto, non un album sul lutto, una temperatura del lutto: il modo in cui Noriko abita la tecnologia da dentro, le mani sempre dentro il digitale, le impedisce ogni freddezza. Pon è la stanza dove il fuori è stato portato e ricomposto perché qualcuno potesse, finalmente, ascoltarlo. È in questa impossibilità tenera, ostinata, che il disco trova la sua grazia.

Pon è su bandcamp

Artista: Tujiko Noriko

Album: Pon 2026 (Editions Mego)

Durata: 70'23"

Genere: ambient, japanese experimental pop, glitch pop

Tracklist: Only on Love, Bosom, Kikoeru Pon, Sneezing, Knife of Yonder, Boku Wa Obake, Beachside Cats, Bokuno Satellite, Kareki Ni Hana, Birthday, Wakaru Pon, Pon on TGV, Quarz Rework, Kazeyo Pon

Tujiko Noriko - Pon
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