Hauntology nella Musica: i Fantasmi dei Futuri Perduti

Cos'è l'hauntology nella musica, vista dall'Italia: sceneggiati Rai, sonorizzazioni e library music come fantasmi di un futuro promesso dalla tv di Stato e mai arrivato. Da Derrida e Fisher fino a Egisto Macchi

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Antonio Martellotta

6/19/20264 min leggere

Hauntology
Hauntology

C'è un caso che tiene insieme tutto questo meglio di qualsiasi ragionamento, e l'ho trovato di recente. Le venti giornate di Torino. Doveva essere uno sceneggiato Rai, tratto dal romanzo maledetto di Giorgio De Maria — una storia di insonnie collettive e di una città che impazzisce. Non fu mai realizzato. Non esiste. E però esiste la sua musica, perché un gruppo italiano l'ha composta adesso per uno sceneggiato che non c'è, immaginando la colonna sonora di qualcosa che nessuno ha mai girato. Ecco il fantasma perfetto: non la musica di un programma perduto, ma la musica di un programma mai nato. Un avvenire mancato due volte — promesso negli anni Settanta, abortito allora, e oggi rievocato come se l'archivio Rai conservasse anche le cose che non ha mai prodotto. De Maria scriveva di una Torino dove la gente moriva di una stanchezza che veniva dal nulla. Non c'è soglia più esatta di questa per dire dove va a finire il discorso.

Perché alla fine la lezione che la tv di Stato ci ha dato senza volerlo è proprio quella di De Maria. Il futuro che ci avevano promesso — la televisione come grande progetto di formazione collettiva, colta e popolare insieme, una nazione che si educa davanti allo schermo — quel futuro è morto. È rimasta la musica che doveva accompagnarlo, staccata dalle immagini, libera di infestare. Le sonorizzazioni continuano a suonare in un palinsesto che non esiste più. E quando le riascolti adesso, ristampate da etichette per pochi, fanno l'effetto che facevano allora, soltanto rovesciato: allora era inquietudine senza nome, adesso è il nome senza più la cosa che inquietava. Resta una stanchezza che viene dal nulla. Resta lo stornello che canta sopra una città vuota, e non sai più se la stai ricordando o se la stai inventando in questo momento.

tuie.
tuie.

Sonorizzazioni degli anni Settanta. Una musica di servizio, archiviata e dimenticata, che oggi torna a suonare in un palinsesto che non esiste più.

C'è uno stornello romanesco che a un certo punto, dentro Il segno del comando, si mette a cantare sopra le immagini di una Roma che non è Roma — è Trastevere svuotato, una topografia di vicoli dove un inglese cerca le tracce di Byron e trova invece una donna che esiste soltanto finché qualcuno la ama. "Cento campane". La melodia è tenera, quasi da osteria, e proprio per questo è la cosa più sbagliata che potesse accompagnare quelle puntate: un canto popolare appoggiato su una storia di reincarnazioni e sette, l'allegria bassa del vino messa a guardia di una soglia che non si dovrebbe varcare. Avevo pochi anni e non capivo niente della trama. Capivo però quella stonatura — la sensazione che la sigla sapesse qualcosa che la storia ancora non diceva.

È lì, credo, che si impara cos'è l'hauntology molto prima di leggere Derrida. Non nei libri. Nel pomeriggio televisivo, quando una musica fatta per tranquillizzare produce invece un'increspatura.

Perché c'era anche l'altra televisione, quella delle ore senza nome. Non gli sceneggiati seri della sera ma il pomeriggio dei ragazzi, i telefilm di cui oggi non saprei restituire il titolo — uno qualunque, una sigla che girava su sé stessa con un sintetizzatore che faceva finta di essere allegro e non ci riusciva. Quella musica non l'ho scelta io. Mi è arrivata addosso prima che avessi parole, ed è rimasta lì sotto, in un punto della memoria che si è corrotto da solo col tempo, come un nastro lasciato vicino a una fonte di calore. Adesso non so più se quella sigla esisteva davvero così o se l'ho rifatta io, anno dopo anno, con materiale mio. Probabilmente le due cose insieme. Ed è esattamente questo il punto.

Hauntology in Musica
Hauntology in Musica

Derrida conia il termine nel '93, Spettri di Marx, e parla d'altro — parla di un comunismo che continua a infestare l'Occidente dopo essere stato dichiarato morto, di una giustizia che viene dal futuro e dai morti insieme. Sono Mark Fisher e Simon Reynolds, una dozzina d'anni dopo, a prendere la parola e portarla nella musica. Il canone che ne esce attinge a fonti postbelliche fuori dal repertorio pop: library music, colonne sonore di film e tv, musica educativa, la sperimentazione del BBC Radiophonic Workshop. Ghost Box, Belbury Poly, The Advisory Circle, The Caretaker che lascia marcire i valzer da sala fino a ridurli a polvere. Fisher la chiama nostalgia per un futuro perduto: il lutto non per il passato ma per gli avvenire che ci erano stati promessi e non sono arrivati.

Tutto giusto. Tutto, però, raccontato da chi guardava la propria infanzia da Manchester, da Londra. Il Radiophonic Workshop è il loro pomeriggio televisivo, i public information film sono le loro sigle stonate. L'hauntology nasce inglese per un accidente biografico — perché gli inglesi sono arrivati per primi a darle un nome, non perché il fenomeno parli inglese. E qui comincia la parte che dalle nostre parti nessuno ha mai detto fino in fondo.

Perché lo stesso identico materiale c'era anche qui. Negli stessi anni, con la stessa funzione industriale, prodotto da una televisione di Stato con una missione pedagogica perfino più esplicita di quella britannica. La library music italiana — le sonorizzazioni, le chiamavano, parola che già da sola dice tutto: musica di servizio, archiviata in anticipo per temi e atmosfere, pescata poi dai programmisti per notiziari, documentari, sceneggiati. Egisto Macchi. Daniela Casa. Amedeo Tommasi che sotto pseudonimo incideva nel '74 cose che oggi suonano come IDM con vent'anni d'anticipo. Gerardo Iacoucci e il suo Simbolismo Psichedelico. Dischi che non erano dischi — non avevano un mercato, non si compravano, esistevano solo per essere consumati dentro qualcos'altro e poi dimenticati. Compositori che alle musiche di servizio per la Rai regalarono in molti casi le loro cose migliori, gli esperimenti più audaci, eresie psichedeliche che superavano a sinistra il rock drogato dell'epoca.

Questa è hauntology che non ha mai saputo di esserlo. Ghost Box ha dovuto inventarsi un'Inghilterra parallela, una Belbury immaginaria, per produrre l'effetto-fantasma; noi quel materiale ce l'avevamo già vero, già sepolto, già spettrale, e ci è bastato non riascoltarlo per trent'anni. La differenza tra l'hauntology britannica e quella che si potrebbe ascoltare da qui è tutta in questo scarto: là è una ricostruzione amorosa, una finzione filologica; qui è un rimosso che torna. Loro hanno costruito la casa infestata. A noi la casa era rimasta infestata e basta, e abbiamo solo smesso di entrarci.

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