Cinico Tv - La Scialbia
Cinico TV di Ciprì e Maresco letto attraverso la scialbìa: calce viva su Palermo, struttura jazz e una hauntology meridionale nei corpi-maschera del bianco e nero.
WRITINGS


Cinico TV è la Palermo in bianco e nero che Ciprì e Maresco trasmisero sulla Rai tra gli anni Ottanta e Novanta: brevi episodi di corpi-maschera fermi in un paesaggio calcinato. Non satira soltanto, ma un luogo dato di bianco fino all'osso. Per quella condizione conio un nome che hauntology non sa dire: la scialbìa.
Le prime immagini comparvero nel 1989 su una piccola emittente cittadina; dal 1992 la serie passò su Rai 3, in fascia serale, cosa che oggi parrebbe impensabile per via di ciò che mostrava. A firmarla erano due palermitani: Daniele Ciprì, dietro la macchina da presa e al montaggio, e Franco Maresco, la voce fuori campo che intervista. Gli episodi durano pochi minuti — pillole, vennero chiamate — e hanno quasi sempre la stessa forma: un uomo preso dalla strada, immobile in un paesaggio desolato, interrogato da Maresco che lo incalza, lo provoca, lo deride. Sono uomini soltanto, mai donne, ciascuno segnato da una storpiatura del corpo o della mente, e tornano da un episodio all'altro come volti di una stessa famiglia: Giuseppe Paviglianiti che emette pernacchie con la solennità di un'aria d'opera, Pietro Giordano, Marcello Miranda, Francesco Tirone che dedica un'ode a un Berlusconi ancora soltanto imprenditore. La Cineteca di Bologna ne ha poi raccolto l'intero corpo in tre volumi, dal 1989 al 2007: è in quella edizione che si trova l'anagrafe filologica esatta dell'opera, al riparo dalle cifre discordanti che girano altrove.
Detto questo per chi non vi avesse mai messo piede, comincia il difficile, perché Cinico TV resiste a chi lo voglia archiviare e si concede solo a chi accetti di abitarlo. C'è una calce che non protegge il muro ma lo consuma. La danno i poveri sulle facciate quando il colore costa troppo, e quella calce a furia di stagioni si screpola, cola, lascia affiorare il mattone come un osso sotto la pelle: bianca, eppure non è pulizia, è una stanchezza data di bianco. In quella stanchezza, in quel candore scrostato ed esausto, vivono questi episodi. Propongo per la loro condizione un nome che il bianco e nero da solo non dice, e che la parola hauntology non sa pronunciare, perché viene dal Nord e dai suoi fantasmi mentre qui siamo nel Sud e nella materia: la scialbìa. Dallo scialbare, dare di calce; dallo scialbo, smorto, slavato. La condizione di ciò che è stato imbiancato fino a perdere insieme il colore e il respiro — il muro, il volto, l'anima dei suoi uomini.
La prima cosa che la scialbìa chiarisce è che Cinico TV non si esaurisce nella satira. Lo si è sempre chiamato satira — la mafia, il malcostume, il berlusconismo che monta — e quella materia c'è. Fermarsi lì significa però scambiare la buccia per il frutto. Cinico TV è prima di tutto un luogo. È una Palermo che nessuna guida riporta, una periferia fantasma, terreni vaghi, macerie senza colore, e in mezzo a quel fondale dei corpi piantati come statue scheggiate. La macchina di Ciprì registra un territorio, e i personaggi vi affiorano come accidenti del suolo, pietre spuntate da un campo arato. Lo sguardo è quello con cui tuie. ascolta un disco di field recording: conta il luogo che il suono lascia trasparire più della linea melodica. Solo che il campo registrato qui non è un bosco né una marea, è una città passata a calce viva, e ciò che vi si raccoglie è il silenzio fra una pernacchia e l'altra, il fruscio di una società che si secca al sole.
Viene allora la lettura che pochi hanno tentato, e che si lascia fare solo a chi tenga insieme tutti i fili. Ciprì e Maresco hanno paragonato il proprio lavoro all'improvvisazione jazz; e una critica russa, Marija Kuvšinova, che a Pietroburgo proiettò i loro corti quando in Italia venivano liquidati come trivialità, vi riconobbe il subconscio del cinema italiano. Si tengano insieme le due cose e l'oggetto si illumina dall'interno. Cinico TV è una partitura. Gli episodi sono standard rieseguiti: un solo tema — la miseria, l'attesa, l'osceno — ripreso ogni volta con un fraseggio diverso. I personaggi ricorrono come motivi, una frase di sax che torna trasposta di qualche tono. La voce di Maresco è il solista che entra sopra il bordone, e il bordone è la desolazione di fondo, una nota tenuta senza tregua. La forma è quella dell'improvvisazione modale, che non progredisce verso un finale e non risolve, e varia all'infinito su un'unica nota: la nota della scialbìa. Per questo non stanca pur ripetendosi — il jazz non racconta, insiste, è come la musica dei sottoproletari del Mississippi, questa sale dai sottoproletari del Brancaccio: lo stesso canto dei dannati, che invece di suonare parlano.
Resta il fantasma, e qui hauntology sfiora il vero senza afferrarlo, perché l'hauntology è esangue e climatizzata, e i suoi spettri appartengono a un futuro tecnologico mai arrivato. Gli spettri di Cinico TV hanno carne, sudano, stanno a torso nudo, portano una fame vera. È una hauntology meridionale, cattolica e degradata, fatta di imbalsamazione più che di nostalgia: questi uomini sono già trapassati e seguitano a parlare, Santa Rosalia condotti in processione dopo il decesso, maschere funebri che ancora muovono la bocca. L'ode di Tirone a Berlusconi è il punto in cui la scialbìa rivela il proprio lato veggente: in un mondo già seccato, già dato di calce, il tempo collassa, e il futuro infesta il presente perché l'uno e l'altro sono la medesima rovina osservata da due finestre. Cinismo il nome lo promette, la sostanza lo smentisce: il cinico ride da fuori, Ciprì e Maresco stanno dentro la calce insieme ai loro uomini, e quel poco di pietà che cola tra un'oscenità e la successiva è la cosa meno cinica che la televisione italiana abbia trasmesso.
Si esce da Cinico TV come da una chiesa scoperchiata a mezzogiorno: la luce è troppa, manca l'ombra dove ripararsi, e per un istante si vede la propria epoca senza belletto. I Gattopardi, le villeggiature a Marzamemi, il Sud da cartolina: tutto sbiancato via, e sotto, la calce viva, i muri scrostati, gli uomini fermi al sole. La scialbìa non è uno stile e non è un genere. È il modo in cui un luogo, dato di bianco fino all'osso, smette di trattenere ciò che è. Cinico TV l'ha fatto a una città e a un'epoca, e a chi trovi il fegato di guardarlo lo fa ancora.
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