Cherry Stars Collide — Tre Dischi che Tornano dal Buio della 4AD
Cherry Stars Collide: tre dischi — Inrain, Swallow, e il box che dà loro il nome — riportano alla luce la stagione dimenticata del dream pop e dello shoegaze. Hauntology che si morde la coda.
WRITINGS


Stanno riemergendo a ondate, tra il 2023 e il 2026, dischi tutti dalla stessa stagione — il dream pop e lo shoegaze che nella 4AD ebbero la loro capitale.
Furono coperti, allora, dall'esplosione americana: il grunge, Nirvana, la fame di chitarre sporche e rabbia diretta spazzò via la musica che invece sussurrava, ovattava, si nascondeva nel riverbero. Quella musica non è invecchiata. Ha solo aspettato. E ora torna — non per nostalgia, ma perché il suo momento, mancato la prima volta, si sta compiendo in ritardo.
È la definizione più pura di hauntology: non il fantasma di un passato che è stato, ma il fantasma di un futuro che non è mai accaduto, e che continua a infestare il presente chiedendo di esistere. Tre uscite nel 2026 la incarnano, ciascuna con una forma diversa di ritorno.
Un pugno di registrazioni che Alison Shaw dei Cranes e Rudy Tambala degli A.R. Kane incisero agli inizi degli anni Novanta in uno studio di Stratford, dopo che Geoff Travis li aveva fatti incontrare, e che sono rimaste in un cassetto per trent'anni prima che Music From Memory le tirasse fuori. Cinque tracce. Una di queste, "Biology", non viene da allora ma dal 2012, vent'anni dopo le altre — e questo, più di ogni altra cosa, dice cos'è Rise: non una capsula del tempo, ma un oggetto con una crepa temporale.
"Grow" apre con le chitarre che respirano quella new wave sognante in cui il gaze spinge oltre la barriera del genere, e il canto di Shaw rimembra i Cocteau Twins senza imitarli — la stessa idea di voce come glossolalia luminosa, parola che conta per il suono prima che per il senso. Batteria elettronica e basso le danno un'aria pop che è quasi un inganno: sotto la facile superficie c'è già tutta l'ambiguità emotiva del duo.
"…and Julie Rose" è il pezzo che spiazza di più. Parte trip-hop, con un organo stinto Sixties, e da lì succede una cosa estraniante: è come se i Doors approdassero su una costa californiana e ci trovassero ad aspettarli una Alison Shaw adolescente, già alle prese coi suoi demoni. La sua voce non canta — con una qualità cartilaginea, non ancora ossificata, plasma la materia invece di posarcisi sopra. Una chitarra fantasma ridonda nel volume come nei New Order degli esordi.
"Sleep" è un jingle da college visto attraverso un'angoscia post-traumatica: voce riverberata fino a perdersi, percussioni aritmiche su velluto. È una transizione sperimentale che ha un padre preciso, quel Pygmalion che fece scuola a tutto il post-rock intimista — la canzone smontata fino al suo scheletro acustico, lo spazio tra le note che conta più delle note.
E poi "Biology", l'intrusa del 2012, dove un synth a onda quadra dovrebbe rendere tutto inappropriato e invece accade il contrario. Alison è il faro a cui le canzoni non possono sfuggire, nemmeno nelle loro oblique deviazioni: il faro che illumina comunque. Difficilmente un connubio può essere così sbagliato e così perfetto insieme. È la spiaggia dimenticata dove ci sentiamo al sicuro proprio perché nessuno sa che esiste.
Chiude "Sleep (Piano Mix)", bonus solo digitale, e non è un remix che apre il brano — è un remix che lo chiude ancora di più, lo sprofonda in quell'inconscio da cui il duo aveva pescato l'ispirazione. Il pezzo torna là da dove era venuto, e Rise finisce dove un disco così doveva finire: non in una conclusione, ma in un riassorbimento. La voce che rientra nel buio da cui era affiorata trent'anni fa, e di nuovo nel 2012, e ora un'altra volta, per noi.
Artista: Inrain
Album: Rise 2026 (Music for Memory)
Durata: 18'
Genere: dream pop, ethereal wave, trip-hop
Tracklist: Grow, …and Julie Rose, Sleep, Biology, Sleep (Piano Mix) (Exclusive Digi Only Bonus)


Il ritorno nel tempo: Inrain — Rise
C'è una stagione che non è mai stata fotografata bene, perché stava già sfumando mentre accadeva: gli ultimi fuochi della 4AD, fine anni Ottanta e primi Novanta, prima che l'esplosione americana spostasse altrove l'attenzione e lasciasse certi dischi a galleggiare nel buio. Blow degli Swallow è uno di quelli. Esce ora, dentro la raccolta Blown, come una gemma rimasta sott'acqua trent'anni — ricostruita dai nastri originali a ventiquattro piste, rimasterizzata a Berlino, restituita a una luce che nel 1992 non aveva fatto in tempo a ricevere.
"Blow"— uno dei due inediti— è un cigno che scivola nell'ethereal pop, e regge oggi come reggeva allora, quando il fervore emotivo che generava quei suoni era ancora nell'aria. Tanto semplice quanto bella: uno shoegaze firmato Cocteau Twins, poche note di chitarra prima pulite — un leggero chorus, un velo di riverbero — poi sporcate di distorsione, con un che dei Cranes nella tensione, sostenute da synth dal respiro orchestrale. "Lovesleep" è più pop nella costruzione: la voce affiora per pochi tratti e si ritira, le chitarre taglienti la rendono altrettanto magnetica, e il feedback chiude il brano lasciando la coda aperta, come una porta che nessuno torna a chiudere.
Ma la cosa che rende Blown più di una bella ristampa è la sua doppiezza. Blowback — il secondo disco — è Blow rifatto dalla band stessa, insoddisfatta di come la produzione aveva levigato le sue intenzioni: gli stessi brani smontati in versioni dissonanti, strumentali, ambient, "Oceans and Blue Skies" e "Head in a Cave" che ritornano spogliate della voce, "Peekaboo" che diventa dub, la melodia che si ritira e lascia il campo alla texture. È lo stesso disco due volte, vestito e poi svestito — e ascoltarli di fila è sentire una band litigare col proprio fantasma, riconoscere che la forma giusta di una canzone è sempre quella che non si è incisa la prima volta.
È hauntology senza che nessuno la chiamasse così: un suono che torna da un tempo che non ha avuto il suo momento, riconosciuto solo ora che la stagione che lo generava è definitivamente passata. Blown chiede di essere ascoltato come ciò che gli Swallow volevano e non poterono essere — finalmente, e troppo tardi, che è poi l'unico tempo in cui certe cose arrivano.
Artista: Swallow
Album: Blown 2026 (4AD)
Durata: 93'54"'
Genere: dream pop, ethereal wave, shoegaze
Tracklist: Lovesleep, Taste Like Honey, Sugar Your Mind, Mensurral, Peekaboo, Lacuna (Instrumental), Oceans & Blue Skies, Follow Me Down, Halo (Instrumental), Cherry Stars Collide, Head in a Cave, Blow, Lovesleep (Vocal Version), Oceans and Blue Skies (Blowback Version), Head in a Cave (Blowback Version), Taste Like Honey (Instrumental), Peekaboo (Dub), Sugar Your Mind, Follow Me Down (Excerpt), Mensurral (Instrumental), Cherry Stars Collide (Instrumental)


Il ritorno nella forma: Swallow — Blown
E poi c'è il monumento. Cherry Stars Collide – Dream Pop, Shoegaze & Ethereal Rock 1986-1995 è la raccolta che Cherry Red ha pubblicato nel 2023 per fissare quella stagione in quattro dischi — Mazzy Star, A.R. Kane, Cocteau Twins, This Mortal Coil, Slowdive, Lush, Dead Can Dance, Julee Cruise, e decine di gemme semibuie accanto ai nomi che tutti riconoscono. Un atto di canonizzazione: prendere una corrente che allora nessuno aveva voluto chiamare con un nome stabile — dream pop era una formula vaga, un'etichetta-ombrello più che un genere — e dirle, finalmente, ecco cosa sei stata.
Il box è andato esaurito. E nel 2026 è stato ri-stampato, perché la fame di quella stagione non si placa: più la si raccoglie, più se ne vuole. È il terzo tipo di ritorno, e forse il più vertiginoso. Inrain torna nel tempo; Swallow torna nella forma; Cherry Stars Collide torna come storia — la stagione che si guarda allo specchio, si cataloga, si fa libro, e poi deve perfino ristampare il proprio libro perché continuano a chiederlo.
Ma c'è un dettaglio che chiude il cerchio con una precisione che sembra scritta dal destino. Nel quarto disco di Cherry Stars Collide, alla traccia numero tre, c'è una canzone degli Swallow. Si intitola "Cherry Stars Collide". Il box che raccoglie l'intera stagione prende il nome da una canzone di uno dei dischi che in questa stessa pagina abbiamo visto riemergere — e quella canzone è dentro il box, a dare il titolo al monumento della propria epoca.
È il punto in cui l'hauntology si morde la coda. Il dream pop non torna più solo dal passato: torna da sé stesso, si cita, si raccoglie, ri-stampa la propria raccolta. La stagione che non ebbe il suo tempo lo trova ora moltiplicato — nelle riemersioni dei singoli dischi, e nel canone che li contiene e che porta il nome di uno di loro. Non un passato che ritorna, ma un presente che non sa più fare altro che tornare. Le stelle-ciliegia continuano a collidere, trent'anni dopo, e fanno più luce adesso di quanta ne fecero allora.
Rise (Music From Memory, 2026) · Blown (4AD, 2026) · Cherry Stars Collide – Dream Pop, Shoegaze & Ethereal Rock 1986-1995 (Cherry Red, 2023; ristampa 2026)
Artista: Artisti Vari
Album: Cherry Stars Collide 2026 (Cherry Red Records)
Durata: -
Genere: dream pop, ethereal wave, shoegaze
Tracklist: 65 brani su 4 CD — antologia della scena dream pop, shoegaze ed ethereal rock 1986-1995 (Cocteau Twins, Mazzy Star, Slowdive, A.R. Kane, Swallow e altri).


Il ritorno come canone: Cherry Stars Collide
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