Sette Artisti Simili a Grouper
Sette artisti simili a Grouper — da Ana Roxanne a IKEBANA — lette non per il riverbero ma per la soglia in cui la parola smette di dire e comincia a essere luogo, peso, intervallo e polvere.
WRITINGS


Sette voci che, come quella di Liz Harris, hanno smesso di voler essere capite — e nel farlo hanno scoperto cosa resta di una voce quando le si toglie il significato.
C'è un momento, in quasi ogni disco di Grouper, in cui ti accorgi che stai cercando di capire le parole e non ci riesci — e che hai smesso da un pezzo di volerlo. La voce di Liz Harris è lì, nitidissima nella sua intenzione e illeggibile nella sua lettera: canta qualcosa, di certo, ma quel qualcosa arriva già eroso, come una scritta lasciata fuori a sbiadire per una stagione di troppo. Non è un difetto di registrazione. È una scelta, e una scelta radicale: la rinuncia a consegnare un senso.
Da qui conviene partire, perché è il malinteso che rende inutili quasi tutte le liste di "artisti simili a Grouper". Si cerca la somiglianza nel riverbero, nel nastro, nella chitarra annegata — nei mezzi. Ma il riverbero è solo lo strumento; la cosa vera è ciò che lo strumento serve a ottenere, ed è una voce portata sulla soglia esatta in cui smette di essere messaggio e diventa materia. Peso. Tessitura. Paesaggio. Una voce che è senza dire.
L'Occidente, questa cosa, fatica a perdonarla. La voce che non si capisce è da noi un errore da correggere: si rifà il mix, si cura la dizione, si pretende chiarezza. Ma ci sono altre tradizioni dove il non-significare non è un guasto — è il punto. Il mantra non vuole essere compreso, vuole essere ripetuto; il canto liturgico tiene il senso sospeso dentro il suono; ci sono forme dell'ascolto, in Oriente, che trattano la voce come si tratta uno sguardo sacro — una presenza che precede la parola, non un veicolo che la trasporta. Grouper, senza programma e senza dichiararlo, riporta in Occidente questa cosa dimenticata: che il vuoto al centro di una voce non è mancanza di senso, ma senso colto un attimo prima che si raffreddi in parola.
I sette nomi che seguono stanno tutti su quella soglia. Ma ciascuno da un lato diverso — e la mappa che disegnano, messi in fila, è il vero motivo per scriverne insieme.
Ana Roxanne — Because of a Flower (Kranky, 2020)
Si comincia da casa, perché Ana Roxanne è di casa: stessa etichetta di Grouper, la Kranky, e una voce che vive sullo stesso crinale tra l'intimo e il sacro. Ma dove Harris erode, Roxanne sospende — la sua voce non sbiadisce, resta ferma in aria come una nota tenuta in una stanza di pietra. È la versione devozionale della soglia: la parola che non si scioglie nel rumore ma nel raccoglimento, come una preghiera detta così piano da diventare respiro. Se cercate il punto in cui la voce di Grouper sfiora il rito, Roxanne è la sorella che quel rito lo abita per intero.
Cate Kennan — Shadows (Kranky, 2026)
Il disco più nuovo di questa lista — esce a giugno, ancora sulla Kranky — e forse il più letteralmente grouperiano nel suo soggetto. Shadows nasce dal ritorno di Kennan al quartiere rurale a nord-ovest di Los Angeles dov'era cresciuta: un luogo che il tempo ha spostato in silenzio, familiare e irriconoscibile insieme. Dieci miniature di tasti, archi, riverbero e voce, in bilico tra ninnananna e canzone da ultima ora della notte, "rose-colored but remote" nelle sue stesse parole. È la soglia applicata non alla voce ma al luogo: cantare un posto che esiste ancora ma non ti riconosce più. La polvere, qui, è quella che si posa sui posti che lasciamo.
Lucy Gooch — Desert Window (2025)
Sull'altro versante della soglia c'è chi non erode affatto, ma moltiplica: Lucy Gooch costruisce con la voce delle architetture corali, navate sonore, un ambient liturgico dove il singolo significante si perde non nel fango ma nell'eco di sé stesso. È il vuoto per saturazione, non per sottrazione — la parola dissolta perché ripetuta e sovrapposta fino a diventare volta, soffitto, spazio. Sta a Grouper come una cattedrale sta a una stanza: stessa fede nel suono-presenza, scala opposta.
Ekin Fil — Maps (Helen Scarsdale Agency, 2018)
È il legame meglio documentato di tutta la lista, e non per affinità critica ma per biografia: Ekin Fil ha aperto i concerti di Grouper in Europa, e fu Liz Harris a presentarla a chi poi l'avrebbe pubblicata. Da Istanbul — anzi, da un'isola silenziosa del Mar di Marmara dove ha passato un inverno a "troppo silenzio intorno, nessuna scelta se non concentrarsi" — Fil scrive canzoni di organo, piano e chitarra a forte riverbero dove la voce è un sussurro che narra "più per decreto emotivo che per verso". Maps parla di distanza e dislocazione: la voce come mappa di un luogo da cui ci si è staccati. È il nome che, in questa lista occidentale, apre la porta verso Oriente — e non a caso è una porta che dà sul Bosforo, sul punto dove l'Europa smette di essere Europa.
IKEBANA — When You Arrive There (Flau, 2013)
E oltre quella porta c'è il Giappone. IKEBANA è un duo di Kyoto e Tokyo, maki e en, e il loro unico disco è una gemma del 2013 da riesumare più che una novità da inseguire. Una delle due viene dallo shoegaze; l'altra è una sperimentatrice del nastro che ha rinunciato del tutto al digitale e a Internet — la stessa scelta materiale di Liz Harris, il nastro non come vezzo retrò ma come etica del supporto, come modo di stare al mondo. Voce profondamente riverberata e chitarra minimale che fluttuano "tra il sogno e la realtà". Ma è il nome a dire tutto: ikebana, l'arte di disporre i fiori, che non guarda al fiore ma allo stelo, alla foglia, allo spazio vuoto tra gli elementi — la composizione del vuoto, non del pieno. È la formulazione orientale esatta di ciò che Grouper fa con la voce: comporre gli intervalli, non le note. Lo spazio tra una parola e l'altra come materia prima. ("Alone" è la traccia da cui entrare.)
Dagmar Zuniga — In Filth Your Mystery Is Kingdom / Far Smile Peasant in Yellow Music (AD 93, 2026)
Dagmar Zuniga sta sul ponte, a metà tra la canzone e la sua dissoluzione: ghost folk inciso su un Tascam a quattro piste, voci rivoltate, brani che tornano due volte senza essere mai identici. Qui la soglia si fa proprio fantasmatica — non la voce che sbiadisce, ma la voce che torna da dove non dovrebbe, registrata male apposta, come una trasmissione che capti per sbaglio. È il versante hauntologico della famiglia Grouper: non l'erosione del tempo, ma il tempo che si ripiega e ti restituisce qualcosa di leggermente sbagliato.
Nivhek / Mirrorring — After its own death / Walking in a spiral towards the house (2018)
Il settimo non è un'altra persona: è Liz Harris stessa, sotto altri nomi. Come Nivhek, e prima come Mirrorring (il duo con Tiny Vipers), Harris si è data degli pseudonimi per cercare un'erosione diversa dalla propria — per diventare straniera a sé stessa e scoprire cosa resta della soglia quando a varcarla è qualcun altro con la tua voce. È il modo più vertiginoso di chiudere il cerchio: anche dentro Grouper, Grouper si sdoppia. La voce che rinuncia al significato finisce per rinunciare anche al nome.
Sette posizioni intorno allo stesso vuoto: il rito (Roxanne), il luogo (Kennan), la cattedrale (Gooch), la distanza (Fil), l'intervallo (IKEBANA), il fantasma (Zuniga), lo sdoppiamento (Nivhek). Nessuna di queste è "musica simile a Grouper" nel senso povero in cui lo intende un algoritmo. Sono sette modi di credere alla stessa cosa: che una voce possa smettere di dire, e proprio lì cominciare a significare davvero.
Una nota a margine: i due che non cantano
Ci sono due nomi che chi cerca Grouper incontra sempre, e che pure non cantano quasi mai: Tim Hecker e William Basinski. Metterli tra i "simili" è giusto e ingannevole insieme. Non condividono con Liz Harris la voce, la canzone, la chitarra — condividono la materia: il nastro che si sfalda (The Disintegration Loops di Basinski è letteralmente questo, un loop che si polverizza mentre suona), il decadimento come forma, la musica intesa come qualcosa che marcisce mentre la ascolti. Sono il parente del lato strumentale di Grouper — quello di A I A, dei droni, di Ruins ridotta all'osso — non del lato-canzone. Se siete arrivati fin qui cercando la voce in fondo all'acqua, questi due ve la tolgono del tutto e vi lasciano solo l'acqua. Vale comunque la pena di affogarci.
C'è una terza via, per chi voglia portare anche questo versante a Oriente: Chihei Hatakeyama, da Tokyo, sulla stessa Kranky. La sua musica è quasi sempre strumentale — chitarra, riverbero, loop di nastro, nessuna voce — eppure è lui stesso, in un'intervista, a indicare la rotta: cita Basinski e Grouper come gli artisti in cui sente una qualità pre-linguistica, la musica colta nello stato che precede la parola. È la stessa soglia di tutto questo pezzo, detta da chi la abita senza nemmeno aprire bocca.
tuie. was born from a shared idea between friends, during a spring afternoon.
Contact
info@tuie.lt