Recensione: The Wicker Man (final cut)
Un viaggio antropologico dentro The Wicker Man: rituale, memoria rurale, paesaggio pagano e crisi della modernità in uno dei film più inquieti della storia del folk horror.
The Wicker Man continua a sopravvivere come una forma di memoria collettiva riemersa dal sottosuolo culturale europeo.
Un poliziotto arriva su una remota isola scozzese per indagare sulla scomparsa di una giovane ragazza. Ma Summerisle sembra esistere secondo regole diverse dal resto del mondo: rituali pagani, canti popolari, raccolti agricoli e credenze ancestrali permeano lentamente ogni aspetto della vita quotidiana. Più l’indagine avanza, più il confine tra ordine razionale e memoria arcaica inizia progressivamente a dissolversi.
The Wicker Man continua a generare interpretazioni profondamente diverse perché il film stesso sembra mutare a seconda della cultura che lo osserva. In Occidente viene spesso letto come scontro tra cristianesimo e paganesimo, tra modernità razionale e residuo arcaico. Ma guardandolo attraverso sensibilità provenienti da tradizioni differenti — dalla critica asiatica più interessata all’equilibrio collettivo e rituale, fino alle letture est-europee legate alla memoria rurale e alla sopravvivenza comunitaria — il film inizia lentamente a trasformarsi in qualcosa di più vasto e ambiguo: non un horror sul male, ma una meditazione sulla fragilità dell’individuo moderno quando entra in contatto con una comunità che vive ancora secondo il ritmo impersonale della terra.
Tutto a Summerisle ruota attorno alla fertilità, alle stagioni, alla continuità biologica. La comunità non appare governata dal fanatismo nel senso moderno del termine. Gli abitanti cantano, bevono, ridono, fanno l’amore, celebrano il corpo e il paesaggio con una naturalezza quasi disarmante. E proprio questa assenza di oscurità esplicita rende il film così disturbante. L’orrore non emerge dall’irruzione del mostruoso, ma dalla serenità con cui la violenza rituale viene integrata dentro l’ordine naturale delle cose. Diverse letture contemporanee del folk horror hanno notato come il genere nasca spesso dalla rottura di un “contratto” invisibile tra uomo e territorio. In The Wicker Man quel contratto esiste ancora, ma richiede continuamente un prezzo umano.
La critica britannica ha spesso insistito sull’ambiguità morale del film: Summerisle non è semplicemente un covo satanico, così come il sergente Howie non è davvero un eroe positivo. Ma osservato da prospettive culturali meno ossessionate dalla dicotomia bene/male, il film sembra raccontare qualcosa di ancora più inquietante: la possibilità che la natura non riconosca alcuna morale umana. Le stagioni non sono etiche. Il raccolto non è giusto. La fertilità non distingue innocenza e colpa. Summerisle sopravvive perché accetta questa logica cosmica impersonale. Howie invece continua disperatamente a cercare un ordine morale dentro un universo che sembra ormai funzionare secondo principi più antichi del cristianesimo stesso.
È interessante come molte interpretazioni asiatiche del folk horror tendano a leggere il rituale non come deviazione patologica, ma come forma estrema di continuità comunitaria. Il sacrificio finale, in questa prospettiva, perde parte della sua dimensione “demoniaca” e assume qualcosa di più tragicamente agricolo: un gesto collettivo nato dalla paura della carestia, dell’interruzione del ciclo vitale, della perdita del rapporto con il territorio. Summerisle appare allora non tanto come una società malvagia, ma come una comunità rimasta intrappolata dentro una relazione sacrale con la terra da cui il mondo moderno si è ormai separato.
Ed è qui che il film diventa quasi antropologico.
Le danze, i canti popolari, i simboli fallici, i rituali del maggio, gli animali mascherati: tutto ciò che inizialmente appare folkloristico inizia lentamente a sembrare il residuo di qualcosa di molto più antico della modernità industriale britannica. Robin Hardy e Anthony Shaffer avevano studiato realmente tradizioni pagane europee per costruire Summerisle come sistema culturale coerente. Il film non inventa completamente il proprio folklore; lo assembla come un’archeologia rituale fatta di frammenti storici autentici. Questo produce una sensazione particolare: Summerisle sembra contemporaneamente irreale e plausibile, come se fosse una piega dimenticata della memoria europea ancora sopravvissuta fuori dal tempo.
Anche il paesaggio scozzese contribuisce a questa impressione. Nella maggior parte del cinema horror il territorio è uno sfondo. Qui invece il paesaggio osserva continuamente i personaggi. Le scogliere, il mare freddo, il vento, i prati battuti dalla pioggia: tutto sembra partecipare silenziosamente al rituale molto prima che esso venga rivelato. Diverse letture del folk horror contemporaneo hanno collegato proprio questa presenza attiva del territorio all’ansia ecologica moderna. In questo senso The Wicker Man appare oggi persino più attuale che negli anni Settanta: parla di comunità che tentano disperatamente di ristabilire un equilibrio perduto con la natura, anche attraverso forme di violenza rituale.
Ma il film possiede anche una dimensione psicologica più sottile e raramente discussa. Howie non viene distrutto soltanto fisicamente: viene progressivamente svuotato simbolicamente. Ogni certezza che definisce la sua identità — religione, sessualità, legge, autorità — perde lentamente consistenza mentre Summerisle lo ingloba dentro il proprio teatro rituale. Alcune letture contemporanee hanno persino suggerito che il film sovverta completamente la struttura classica del detective movie: Howie non conduce davvero l’indagine, è lui stesso l’oggetto dell’indagine fin dall’inizio. Summerisle lo osserva, lo studia, ne verifica la purezza, la verginità, la rigidità morale. Il sacrificio finale non è improvviso: è iniziato nel momento stesso in cui il suo idrovolante appare sopra l’isola.
E forse è proprio qui che The Wicker Man continua a disturbare culture tanto diverse tra loro. Non perché mostri il ritorno del paganesimo, ma perché suggerisce qualcosa di più profondo: che sotto la superficie moderna continuino ancora a sopravvivere forme collettive di pensiero che la razionalità individuale non riesce più a comprendere. Il film parla di religione, certo, ma soprattutto di appartenenza. Summerisle funziona perché tutti condividono lo stesso mito. Howie invece è solo.
Quando il gigantesco uomo di vimini prende fuoco contro il tramonto, il film raggiunge qualcosa di raro: un’immagine che sembra contemporaneamente antica e post-apocalittica. Howie canta salmi mentre il fuoco sale lentamente nel cielo. Intorno a lui gli abitanti continuano a celebrare il raccolto. Non c’è odio nei loro volti. Solo necessità biologica, paura del fallimento agricolo, continuità stagionale. È un finale che culture diverse leggono in modi opposti — martirio cristiano, sacrificio cosmico, critica coloniale, allegoria ecologica, crisi della modernità — e forse proprio per questo il film non smette mai davvero di appartenere al presente.
Più che un horror, The Wicker Man sembra oggi una forma di memoria rurale collettiva riemersa dal sottosuolo culturale europeo: il ricordo inquietante di un’epoca in cui la sopravvivenza dipendeva ancora direttamente dal clima, dal raccolto e dalla volontà imprevedibile della terra stessa.


Titolo: The Wicker Man
Origine: Inghilterra 1973
Durata: 94'
Regia: Robin Hardy
Genere: folk horror
Interpreti: Edward Woodward, Christopher Lee, Britt Ekland, Diane Cilento, Ingrid Pitt, Lindsay Kemp, Aubrey Morris, Walter Carr
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