Recensione: l'Inizio del Cammino (Walkabout)
l'Inizio del Cammino (Walkabout) - Una ragazza e suo fratello perduti nell'outback, salvati da un ragazzo aborigeno in cammino. Roeg trasforma la sopravvivenza in un addio che torna a cercarti anni dopo.
Nel deserto australiano due ragazzi inglesi sopravvivono grazie a un giovane aborigeno in cammino rituale. Roeg filma la terra come una partitura.
C'è un suono, all'inizio, prima ancora che il deserto si apra: un brano elettronico di Stockhausen, Hymnen, che gracchia come una radio mal sintonizzata sul mondo, e poi — di colpo, senza mediazione — il bordone circolare di un didgeridoo. Roeg mette questi due suoni uno accanto all'altro nei primi minuti: due temporalità che non si toccano, l'avanguardia europea e uno strumento che il futuro non lo conosce perché abita un tempo che non scorre in linea retta. Walkabout è il film di questo attrito.
La trama, ridotta all'osso, è quasi un apologo: un padre porta i due figli in macchina nell'outback, dà fuoco all'auto, si spara; la ragazza e il bambino restano soli in una terra che la cultura da cui vengono ha sempre descritto come vuota. A salvarli è un ragazzo aborigeno — David Gulpilil, alla sua prima volta davanti alla macchina da presa — in Walkabout, il lungo cammino rituale che segna il passaggio all'età adulta. Da qui in poi il film smette di raccontare e comincia a guardare: lo zoom di Roeg, che cura personalmente la fotografia, entra nei primi piani di lucertole, formiche, cortecce, come se il paesaggio fosse la vera materia narrativa e gli esseri umani solo figure che lo attraversano.
È qui che il film dà il suo dono e tende la sua trappola, nello stesso gesto. Il dono è una delle rese più alte mai filmate del paesaggio-come-partitura: Roeg guarda l'outback con l'intensità che aveva trovato nei pittori australiani e ne registra i suoni con una nitidezza quasi musicale, finché il deserto non smette di essere luogo e diventa voce. Ogni fruscio, ogni stridìo d'insetto è composto, non catturato. Il paesaggio detta la storia.
La trappola è il rovescio esatto di questo incanto. Quel deserto che Roeg riempie di vita microscopica e di luce di fuoco viene presentato, narrativamente, come vuoto — una terra da attraversare, da sopravvivere, in attesa che qualcuno la nomini. Ma l'outback non è vuoto: è curato e abitato da millenni, gestito da una cultura che ne conosce ogni acqua e ogni frutto, ed è esattamente questa conoscenza che il film mostra (Gulpilil che caccia, che trova l'acqua) senza mai riconoscerla come sapere, relegandola a istinto, a grazia animale del "buon selvaggio" che emerge misticamente dalla roccia. La critica indigena lo ha detto con durezza, appoggiandosi a Marcia Langton e a Said: la macchina da presa innamorata partecipa alla stessa cancellazione dei pittori paesaggisti coloniali come John Glover, che dipingevano l'Australia incontaminata e in attesa di insediamento, cancellando chi già c'era. Roeg umanizza Gulpilil più di quanto il suo tempo facesse — il pianto del ragazzo davanti ai cacciatori bianchi che massacrano bufali per sport è una delle accuse morali più nette del film — eppure resta un inglese che guarda, e il paesaggio che ci consegna è bellissimo proprio perché svuotato della presenza che lo abitava. Non è un difetto da correggere: è la contraddizione che rende il film vivo, e che una lettura solo estetica non sa vedere.
Lo stesso vale per il tempo. Walkabout rifiuta la linearità — il montaggio salta, anticipa, torna, sovrappone — e si è suggerito che questa atemporalità Roeg l'abbia rubata alla concezione aborigena del tempo, che non scorre ma persiste. È la stessa logica per cui il finale non chiude: la ragazza, ormai adulta, in un appartamento borghese, ricorda il deserto e il ragazzo che le ha salvato la vita, e in quel ricordo non c'è nostalgia di qualcosa che ha avuto, ma di qualcosa che ha attraversato senza capire — una nostalgia per un tempo e un luogo che non le sono mai appartenuti, che ha abitato da estranea e che le torna addosso, anni dopo, come un'eco di didgeridoo sotto la radio. Il walkabout del ragazzo è un rito che conduce a casa; il suo, di lei, è un esilio al contrario — la civiltà come deserto vero.
Resta, dopo i titoli, la stessa cosa che resta dopo la roccia di Picnic at Hanging Rock, dove un altro paesaggio australiano inghiotte e non restituisce: la sensazione che la terra fosse lì prima di noi, che continuerà dopo, e che noi — con le nostre radio, i nostri zoom, le nostre cineprese innamorate — non si sia mai stati altro che ospiti che hanno scambiato il guardare per il conoscere.


Titolo: Walkabout
Origine: Regno Unito / Australia 1971
Durata: 100'
Regia: Nicolas Roeg
Genere: drammatico, iniziatico
Interpreti: Jenny Agutter, Luc Roeg, David Gulpilil, John Meillon
tuie. was born from a shared idea between friends, during a spring afternoon.
Contact
info@tuie.lt