Recensione: Linda Perachs • Parallelograms

Linda Perachs • Parallelograms: la California invisibile degli anni settanta, folk psichedelico, delicatezza pastorale ed aperture cosmiche, l’incredibile riscoperta di un album di culto.

Antonio Matellotta

4/28/20263 min read

Linda Perachs canta come se il tempo fosse un luogo in cui natura e voce continuano a sfiorarsi.

Nel grande archivio sotterraneo della musica americana esistono dischi che non appartengono davvero al proprio tempo. Restano nascosti per anni, quasi invisibili, come se il mondo non avesse ancora sviluppato l’orecchio necessario per ascoltarli. Parallelograms di Linda Perhacs è uno di questi.

Pubblicato nel 1970, in piena dissoluzione del sogno hippie californiano, Parallelograms appare oggi come un oggetto misterioso: folk psichedelico, musica cosmica, meditazione sonora, canto naturale e sperimentazione concreta convivono senza mai trasformarsi in manifesto. Il disco non ebbe quasi alcun successo all’epoca. La stessa Perhacs, scoraggiata dall’assenza di promozione da parte della Kapp Records, tornò al suo lavoro di igienista dentale a Beverly Hills.

Ed è forse proprio questo il primo aneddoto decisivo: Linda Perhacs non proveniva dalla scena musicale losangelina. Non frequentava i circuiti del Laurel Canyon come Joni Mitchell o Crosby, Stills & Nash. Lavorava in uno studio dentistico quando il compositore cinematografico Leonard Rosenman — già autore di colonne sonore per Hollywood — ascoltò alcune sue registrazioni casalinghe e intuì immediatamente qualcosa di raro.
L’album nacque quasi per accidente, come una deviazione temporanea dalla vita ordinaria. E forse è proprio questa estraneità a renderlo così puro.

A differenza di molti dischi folk del periodo, Parallelograms non cerca autenticità attraverso la semplicità. Al contrario: costruisce paesaggi sonori fluidi, spesso disorientanti. Le armonie vocali sembrano evaporare nell’aria; i riverberi trasformano la natura in una presenza mentale. Non c’è quasi mai un centro stabile.

L’apertura con “Chimacum Rain” è già sufficiente a definire un mondo. La chitarra acustica si intreccia a cori acquatici e movimenti armonici che sembrano provenire da un sogno rurale della West Coast. È una canzone che ancora oggi suona sorprendentemente moderna: non è difficile rintracciarne l’eco in artisti come Julia Holter, Joanna Newsom o nella psichedelia pastorale contemporanea.

“Dolphin” e “Call of the River” approfondiscono questa relazione quasi animistica con il paesaggio. L’acqua, il vento, gli animali e la luce non sono semplici immagini poetiche, ma entità sonore. In questo senso Parallelograms anticipa molta ambient-folk moderna e persino certe estetiche ecologiche contemporanee. Oggi, nell’epoca dell’iperconnessione e della saturazione digitale, il disco appare incredibilmente attuale proprio perché costruisce un ascolto lento, periferico, quasi contemplativo.

La traccia centrale, “Parallelograms”, resta uno dei momenti più visionari dell’intero folk psichedelico americano. La struttura collassa gradualmente in una spirale di eco, vocalizzi e sospensioni elettroniche. Non è più una canzone nel senso tradizionale: diventa uno spazio mentale. In quegli anni la psichedelia spesso coincideva con eccesso, teatralità o fuga lisergica; qui invece assume una forma intima, interiore, quasi biologica. È significativo che Perhacs abbia sempre dichiarato di non essere particolarmente interessata alle droghe psichedeliche: la sua espansione percettiva nasceva piuttosto dall’ascolto della natura e dalla meditazione sonora.

“Hey, Who Really Cares?”, costruita con il contributo del compositore jazz Oliver Nelson. È forse il pezzo più accessibile del disco, ma conserva quella strana leggerezza cosmica che attraversa tutto l’album. Sembra musica proveniente da una radio di un’altra dimensione: familiare e aliena insieme.

Poi arrivano “Moons and Cattails” e “Morning Colors”, che mostrano il lato più fragile e sospeso di Perhacs. Qui il folk diventa quasi dissoluzione atmosferica. Ascoltando questi brani oggi si comprende quanto Parallelograms abbia influenzato, direttamente o indirettamente, l’estetica del cosiddetto “New Weird America” degli anni Duemila, da Devendra Banhart fino alle derive più spirituali del folk sperimentale contemporaneo. Non a caso il disco è stato progressivamente riscoperto attraverso ristampe e comunità online, diventando un culto sotterraneo.

C’è qualcosa di profondamente commovente nel destino di questo album: dopo il fallimento iniziale, Linda Perhacs scomparve letteralmente dalla musica per oltre quarant’anni. Nel frattempo il disco continuava a passare di mano in mano tra collezionisti, producer elettronici e ascoltatori ossessivi. Quando internet iniziò a ricostruire genealogie musicali dimenticate, Parallelograms emerse finalmente come un classico perduto.

Oggi il fascino del disco non risiede soltanto nella sua rarità o nella sua aura cult. Ciò che continua a colpire è la sua capacità di abitare uno spazio intermedio: tra canzone e ambiente, tra folk e astrazione, tra corpo e paesaggio. È un disco che non si impone mai; resta ai margini, come un suono lontano nel bosco.

Ed è forse proprio per questo che continua a tornare.

Artista: Linda Perachs

Album: Parallelograms 1970 (Kapp Records)

Durata: 43'

Tracklist: Chimacum Rain, Paper Mountain Man, Dolphin, Call of the River, Sandy Toes, Parallelograms, Hey Who Really Cares?, Moons and Cattails, Morning Colors, Porcelain Baked Cast Iron Wedding, Delicious

Vicino a: Vashti Bunyan • Just Another Diamond Day (1970), Judee Sill • Judee Sill (1971), Bridget St. John • Ask Me No Questions (1969), Sibylle Baier Colour Green (registrato anni ’70), Pearls Before Swine Balaklava (1968), Grouper Dragging a Dead Deer Up a Hill (2008), Joanna Newsom Ys (2006)

Elementi della memoria: natura, sospensione, straniamento, calma inquieta

Brani essenziali: Chimacum Rain, Dolphin, Call of the River, Parallelograms, Morning Colors

Linea critica: la sperimentazione non rompe mai la delicatezza del disco. Anche i momenti più strani restano organici, morbidi, quasi biologici.