Recensione: I Giorni del Cielo

I giorni del cielo di Malick: un film che esiste solo nella magic hour. Visto da lontano — mono no aware, Tarkovskij, darshan — è la luce che vale perché sta per finire.

Antonio Martellotta

6/3/20263 min leggere

La luce che sta per finire. I Giorni del Cielo di Terrence Malick, visto da lontano.

Si dovrebbe cominciare dalla cosa più semplice e più dimenticata: che questo film esiste solo per circa venti minuti al giorno. Néstor Almendros lo girò quasi interamente nella magic hour, quella fessura dopo il tramonto e prima del buio in cui la luce non viene da nessuna parte in particolare e sembra emanare dalle cose stesse — e in cui c'è tempo, ogni sera, soltanto per pochi piani prima che si spenga. Un film del 1916, ambientato nei campi di grano del Texas (in realtà l'Alberta), costruito intorno a un triangolo di braccianti migranti che finisce nel sangue e in una piaga di locuste: ma la trama è quasi un pretesto, una cornice tenuta apposta sottile. Ciò che Malick filma davvero è una luce che sta finendo. E un film fatto così, aspettando che la luce accada.

C'è una parola giapponese, mono no aware— la commozione delle cose, la sensibilità all'impermanenza — nata nella letteratura Heian e legata al fiore di ciliegio: la bellezza del sakura non malgrado duri una settimana, ma perché dura una settimana. Si guarda I Giorni del Cielo (Days of Heaven) e si vede esattamente questo. I campi di grano che ondeggiano e sussurrano in primo piano mentre le figure umane restano piccole e lontane sul fondo; la luce d'oro che non è uno stato ma un congedo; il film stesso che, come il sakura, è bello nella misura esatta in cui sta per cadere. Non è un caso che il giapponese abbia una tradizione critica così sensibile a questo film: l'occhio educato al mono no aware non cerca il dramma del triangolo amoroso, sente la caducità che intride ogni fotogramma. Ozu, in Viaggio a Tokyo, filmava la stessa tristezza quotidiana sotto le cose ordinarie. Malick la filma sotto un campo di grano che sta per bruciare.

Malick è cresciuto cinematograficamente su Tarkovskij — su L'infanzia di Ivan, su Andrej Rublëv — e I Giorni del Cielo, con i suoi incendi, arriva dopo i fienili in fiamme di Lo specchio, che Malick aveva certamente visto. Ma il debito vero non è iconografico, è metafisico. In Tarkovskij la natura non è fondale: è una presenza che osserva, una durata che non coincide con quella umana. L'acqua, il fuoco, il vento attraverso l'erba — elementi che hanno un loro tempo, indifferente al nostro. Malick prende questa lezione e la porta nel grano americano: i braccianti passano, la stagione passa, l'amore e la gelosia passano, e la terra resta a guardare con la stessa calma minerale con cui resterà dopo. È la stessa coscienza che il russo Zvjagincev erediterà a sua volta — l'uomo collocato in un ambiente sterminato, ridimensionato dall'immensità che lo circonda. Da questa angolazione, Days of Heaven non è un melodramma rurale americano: è un film tarkovskijano sulla sproporzione tra noi e ciò che ci sopravvive.

E poi c'è l'India, nel pensiero visivo indiano esiste il darshan: il vedere che è anche un essere visti, lo sguardo reciproco tra il devoto e il divino, in cui la luce non illumina semplicemente un oggetto ma è essa stessa manifestazione, presenza, dono. La luce di Almendros funziona così. Non serve a far vedere le cose: è la cosa. Quando il sole filtra basso sul grano, quando un bicchiere di cristallo giace sul fondo di un fiume e cattura un ultimo raggio, non stiamo guardando un paesaggio illuminato — stiamo ricevendo un darshan, una luce che si offre e che, offrendosi, ci include. È per questo che il film non si lascia ridurre a fotografia bella: la bellezza qui non è decorativa, è teofanica. La piaga di locuste che incendia il terzo atto non è allora solo catastrofe narrativa; è il rovescio esatto del dono, la stessa luce che si ritira, il divino che distoglie lo sguardo.

Tre cosmologie, una sola intuizione: che la bellezza vera sta nell'istante in cui qualcosa sta per finire, e che la luce — quella di un tramonto, di un raccolto, di una giovinezza — vale proprio perché non si fermerà. Manca, a tenere insieme tutto, una quarta presenza, ed è il suono. Il montaggio costò a Malick due anni, e trovò il proprio respiro solo quando vi innestò la voce improvvisata di Linda Manz, una ragazzina che racconta in voce off un mondo che non capisce del tutto: la coscienza che parla è quella di una bambina, e dice le cose come le direbbe chi sa che non torneranno. Sopra, Morricone scrive una partitura di archi e fiati — un registro tradizionale che di solito evitava — citando il Carnevale degli animali di Saint-Saëns, e ne fa una musica «più ricordata che vissuta». È la definizione più precisa del film intero. Days of Heaven non racconta un'estate: ne ricorda una mentre ancora accade, la guarda già da lontano nell'istante in cui la sta vivendo. Come si guarda la luce della magic hour sapendo che fra dieci minuti non ci sarà più — e proprio per questo non si riesce a distogliere lo sguardo.

I Giorni del Cielo - Days of Heaven
I Giorni del Cielo - Days of Heaven

Titolo: I Giorni del Cielo

Origine: Stati Uniti 1978

Durata: 94'

Regia: Terrence Malick

Genere: drammatico, pastorale

Interpreti: Richard Gere, Brooke Adams, Sam Shepard, Linda Manz, Robert J. Wilke

tuie. was born from a shared idea between friends, during a spring afternoon.
Contact

info@tuie.lt

Occasional notes from Tuie

COPYRIGHT © 2026 tuie.