Recensione: Ann Annie • El Prado
El Prado: folk pastorale, ambient e modern classical registrati a volume di cortesia, dove il traffico si fa fiume e un cognome ritrovato diventa paesaggio.
El Prado: folk pastorale, ambient e modern classical registrati a volume di cortesia, dove il traffico si fa fiume e un cognome ritrovato diventa paesaggio.
Eli Goldberg ha registrato El Prado in stanze d'affitto, una dopo l'altra, suonando piano per non svegliare i vicini, e quella cortesia — quel gesto minimo di chi vive accanto a qualcuno e non vuole pesare — diventa il principio formale di tutto il disco, una necessità domestica che si fa forma. La musica è bassa perché qualcuno dormiva di là. Da questa premessa nasce un paesaggio che non si è mai messo in posa.
C'è una strada trafficata sotto la finestra di Goldberg, e il flusso delle macchine passa dentro quasi ogni traccia. Lui stesso racconta di aver quasi intitolato il disco The Ocean, perché quel rumore di gomma e asfalto, ascoltato abbastanza a lungo, smette di essere traffico e comincia a essere acqua. È qui che El Prado dice la sua cosa più vera, e la dice senza spiegarla: il paesaggio non è ciò che si filma, è ciò che la mente fabbrica per sopravvivere a dove si trova. Una corsia d'autostrada diventa marea. Il non-luogo si fa luogo per pura insistenza dell'orecchio. È hauntology rovesciata — non il fantasma di un passato che non è mai accaduto, ma il fantasma di una natura che non c'è, evocata da chi vive nel rumore e ne ha bisogno.
Il titolo arriva alla stessa parola da due strade che non si conoscevano. Goldberg voleva un disco centrato su un prato, un campo; poi, cercando il proprio cognome — è stato adottato dalle Filippine — ha scoperto che la sua famiglia biologica si chiama Prado, e che Prado vuol dire il prato. La parola lo aspettava prima che lui sapesse di cercarla, e veniva da lontano per una rotta assurda: prado è spagnolo, ma alle Filippine lo spagnolo non arrivò dalla Spagna — arrivò dal Messico, sulla pancia dei galeoni di Manila che per due secoli e mezzo cucirono Acapulco a Cavite attraversando il Pacifico. La parola ha fatto il giro del mondo per posarsi su una famiglia, cognome di chi ha ereditato la lingua di chi lo aveva colonizzato due volte — dalla Spagna in nome, dal Messico di fatto —, e infine ritrovata da un figlio cresciuto sotto la pioggia di Portland, tra synth e legno bagnato del Pacifico, lo stesso oceano, l'altra sponda. È una parola che ha attraversato tre continenti e un oceano e forse è una buona chiave di lettura. El Prado è un disco di radici trovate per caso, e questo lo tiene a un palmo da terra anche quando i synth lo vorrebbero senza peso.
I brani sono brevi, quasi tutti. "The Meadow" è folk pastorale allo stato puro, ma intorno alla voce Goldberg coltiva un microcosmo che pulsa: i synth non fanno tappeto, fanno biologia — piccoli suoni che sembrano cellule, organismi minimi che entrano ed escono dal campo come insetti in un sottobosco, e la voce di Greta Kline — Frankie Cosmos — non si posa sopra quel mondo, ci si insinua dentro, ne diventa una forma di vita tra le altre. È l'unico vero affioramento vocale del disco, ed è anche il punto in cui El Prado lascia per un momento l'ambient e accetta di essere canzone: chitarra acustica esile, melodia tenuta a fil di voce, una vicinanza e una distanza dette nella stessa frase.
C'è un'anima americana, sotto, ma filtrata. Certi passaggi mi hanno riportato alla memoria momenti dei Padang Food Tiger, Ready Country Nimbus: la stessa occupazione delle cuciture, lo spazio tra folk, field recording e ambient dove nessuno dei tre prevale.
La title track, "El Prado", è il momento in cui quell'anima viene allo scoperto: banjo — o qualcosa che gli somiglia — e arpeggi leggeri di chitarra, il minimalismo pastorale nella sua accezione più letteralmente americana, la più terragna del disco. "The Ocean" è pianoforte suonato piano e di notte, archi che riempiono gli spazi in cui l'uomo sfiora il creato: dura troppo poco per diventare ciò che prometteva, e quella brevità è insieme il suo limite e la sua onestà.
Altrove suonano le cellule di un classicismo che Goldberg non nasconde: tutto il disco vive all'ombra del Secondo Concerto di Rachmaninov, e la coda di "For Violet" cita di petto la fine del secondo movimento, una resa al lirismo che in mani meno oneste sarebbe sembrata furto e qui suona come debito dichiarato. È un disco che torna indietro — alle tecniche dei primi anni, ai synth woozy di Cordillera (2018) — e nel tornare indietro si scopre cresciuto.
Quello che resta, dopo i trentadue minuti, non è una traccia in particolare. È la sensazione di una soglia. "Slow River" — il fiume lento che è poi le macchine, sempre loro — distilla tutto: una rivoluzione quieta dentro la rivoluzione, il tentativo di guardare proprio lì dove gli altri chiudono gli occhi. Microcellule sintetiche, una chitarra che rinuncia a scandire le note e le lascia colare, il french horn di Nate Norton e i tessuti acquatici di Bryn Bliska a tenere il fondo.
Chi arriva alla Deluxe trova quattro stanze in più, e non sono scarti. "Home", ricantata da Essie Humberston, è folk pastorale e fiabesco, voce sottile e cristallina che pare incrinarsi alla luce; "Lupine" e "June" sono brevi sessioni cameristiche al pianoforte, piglio classico, due miniature che dicono e tacciono in fretta; "Twenty-Four" è minimalismo chitarristico fatto coi suoni stessi dello strumento — l'attrito delle dita, il legno — su un fondo di texture e di nastri che girano all'indietro, il tempo che si riavvolge mentre la mano va avanti. Non allungano il disco: lo aprono di un'altra finestra, sulla stessa strada, con le stesse macchine che passano e diventano fiume.
Artista: Ann Annie
Album: El Prado 2026 (Nettwerk Music Group)
Durata: 32'
Genere: ambient folk, pastoral, modern classical, ambient country
Tracklist: Reprise, Laurel, The Meadow (feat. Frankie Cosmos), Home, The Ocean, The Field, El Prado, Slow River (feat. Bryn Bliska), For Violet, Home (feat. Essie Humberston), Lupine, Twenty-Four, June


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