Recensione: Ana Roxanne • Poem 1

Poem 1: il disco in cui la voce esce dall'acqua. Dopo anni passati a nasconderla come Grouper, la disseppellisce — nuda, dal crepacuore. Il rovescio dell'assenza.

Antonio Martellotta

6/4/20263 min leggere

Per dieci anni Ana Roxanne ha tenuto la voce sott'acqua, sepolta nel riverbero come faceva Grouper. Su Poem 1 qualcuno pulisce il vetro: e dietro c'è una donna che canta, nuda, di un cuore rotto.

Per anni la voce di Ana Roxanne è stata una cosa vista attraverso il vetro smerigliato di una doccia: c'era una figura, si muoveva, si capiva che cantava, ma il suono arrivava attutito, sciolto dentro il riverbero, una presenza più indovinata che udita. Era, in fondo, lo stesso gesto di Grouper — la voce come qualcosa che si avverte e non si ascolta, sepolta apposta perché la sepoltura era il significato. Su Poem 1 qualcuno ha pulito il vetro. E quello che c'era dietro, scopriamo, era una donna che canta a voce piena di un cuore rotto.

È il disco del disseppellimento, ed è la cosa più rischiosa che potesse fare. Per capirlo bisogna sapere da dove viene quella reticenza. Ha sempre cantato — il karaoke in famiglia, la chiesa, il coro del college — ma con una lunga esitazione a farsi avanti da sola; il suo primo EP lo distribuì agli amici senza annunci né stampa, quasi sperando che passasse inosservato. Una voce che per quasi un decennio ha cercato modi di non essere del tutto sentita. E ora, dopo un crepacuore che le fonti chiamano trasformativo, fa l'opposto: la mette al centro, nuda, con accanto pochissimo — un pianoforte, un filo di sintetizzatore, il fruscio granuloso di un nastro che è l'unico residuo del paesaggio in cui prima si nascondeva.

Qui c'è una simmetria che vale la pena tenere in mano, perché dice qualcosa sull'intero mondo a cui questa musica appartiene. Liz Harris, in Grouper, affonda la voce finché diventa sedimento; Ana Roxanne la tira fuori dall'acqua e la lascia gocciolare all'aria aperta. Stesso oceano ambient, due gesti contrari sulla stessa identica cosa — la voce come soglia tra dentro e fuori. L'una sceglie l'assenza come forma; l'altra, stavolta, sceglie la presenza, e scopre che è molto più spaventoso. Perché una voce sepolta non può essere giudicata, vive nella sua nebbia protettiva. Una voce esposta sì. Poem 1 è il suono di qualcuno che rinuncia alla nebbia.

E il rischio è reale, va detto con onestà: senza il riverbero a fare da rete, la canzone deve reggersi sulla canzone. A tratti il disco sfiora il territorio della ballata generica, e ciò che lo salva non è l'arrangiamento ma quel poco che resta della vecchia Ana — il drone che monta sotto "The Age of Innocence", il fruscio del nastro che continua a girare come una memoria che non si lascia spegnere. "Keepsake", portata da accordi di pianoforte post Satie, è bellissima nel suo incedere delicato: è qui che l'ambient ritirato sul fondo si fa pavimento, e la voce ci cammina sopra da sola. E regge. Non c'è riverbero a tenerla su, eppure non vacilla: è una muscolatura sottile quella che la sorregge, di quei muscoli che non si vedono lavorare — i muscoli profondi della postura, quelli che tengono in piedi senza mai mostrare lo sforzo.

E non è un caso che al centro del disco ci sia una ninnananna. "Berceuse in A-flat Minor Op. 45" — e per giunta da Chopin — non è un vezzo colto: è la chiave. Perché la ninnananna è il primo canto che si rivolge a qualcuno che sta per addormentarsi, la forma che esiste per accompagnare qualcun altro nel buio con dolcezza. Ma ciò che la voce regge, qui, non è un vuoto neutro: è il freddo del mattino sul mare, la nebbia, la pioggia che scende, il "non andare" ripetuto a trattenere qualcosa che sta già scivolando via. E la berceuse che dovrebbe cullare qualcuno non ha più nessuno da cullare. Resta la voce che la canta a sé stessa, nel freddo della luce in cui ci si lascia. Un disco nato dal crepacuore che mette al centro una ninnananna sta dicendo una cosa precisa — che cantare a voce piena, dopo una perdita, è anche un modo di farsi da soli quello che si vorrebbe ancora fare a qualcun altro: cullarsi nel sonno. La voce non consola. Si tiene compagnia nel buio.

E resta, alla fine, la domanda che il titolo pone e non scioglie. Poem 1. Primo poema — come se quello che abbiamo ascoltato fosse l'inizio di qualcosa, il numero uno di una serie ancora da scrivere, o forse la prima volta in assoluto che questa voce si concede di chiamare le proprie cose col loro nome, in chiaro, senza la cortesia del riverbero a sfumare i contorni. Per un'artista che ha passato dieci anni a fare della reticenza la sua bellezza, intitolare un disco primo poema è quasi una dichiarazione di nascita: non la fine di Grouper-modo, ma l'inizio dell'altra cosa. La voce che esce dall'acqua, si scrolla, e per la prima volta dice — invece di lasciar intendere. Si nasce così, del resto: dal buio, con sofferenza. È quello che resta, chiuso il disco — non il sollievo, ma l'impressione netta di una nascita.

https://anaroxanne.bandcamp.com/album/poem-1

Artista: Ana Roxanne

Album: Poem 1 2026 (Kranky)

Durata: 38'09"

Genere: ambient pop, modern classical, singer-songwriter

Tracklist: The Age of Innocence, Berceuse in A-flat Minor Op. 45, Keepsake, x, Untitled II, One Shall Sleep, Wishful (draft), Cover Me, Atonement

Ana Roxanne - Poem 1
Ana Roxanne - Poem 1
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